Chiesa e Convento di Santa Fe

“A quando risale?” “Hanno iniziato a costruirlo nel 1673. I francescani si son fatti aiutare dai nativi per la manodopera scoprendo così un po’ della loro cultura.” Lo sguardo assorto di Matias colpisce la mente di Andrea. Conosce ogni dettaglio di Santa Fe e parla della sua storia con l’orgoglio di chi descrive qualcosa creato con le proprie mani. Eppure i loro bisnonni strofinavano fette di polenta sullo stesso pezzo di prosciutto appeso al soffitto della cucina. Sì, Matias ne parla come se la sua famiglia da sempre avesse vissuto in quel luogo, scordando che i suoi antenati vivevano ad un oceano di distanza. Eppure lui ora è là, in quella città che tutti scordano perchè chi parla di Argentina pensa a Buenos Aires, alla Patagonia, a Cordoba, a Che Guevara. E ne è orgoglioso. E vive ogni giorno al riparo del senso di appartenenza ad una nazione. “Vedrai al museo, ci sono i più importanti documenti della storia della città.” Ancora una volta la voce armoniosa del ragazzo fa fare una capriola ai pensieri di Andrea. Matias parla di “storia” e sembra riferirsi a un passato remoto. Lo fa come tutte quelle persone le cui radici sono giovani. Perché sì, certo, Santa Fe ha la sua storia, ma come può un italiano paragonarla a quello che ha iniziato a studiare alle elementari? Per Andrea la storia del suo Paese è iniziata millenni prima, anche se ancora non era Italia, lo stivale ha pur sempre ospitato la città Caput Mundi… Come sono relative le parole usate da due popoli tanto diversi. Lui, a suo agio tra i vicoli stretti delle città sviluppatisi da antichi borghi medievali, quasi si perde in quelle strade così regolari. Ha visto alcune foto della città dall’alto, una griglia ordinata. Sembra che gli architetti abbiano cercato di dare un’ordine logico ad una popolazione che in sé ordine non ne ha. “Forse anche questo fa parte del grande paradosso argentino?”. La domanda rimane nella sua testa. Sa che Matias lo guarderebbe con aria di sufficienza, dall’alto dei suoi 198 cm di fisico scolpito dal rugby non accetta nulla che non sia un complimento alla sua patria. E’ fiero di far conoscere al lontano cugino la sua città, fiero della posizione che occupa in essa, fiero del “todo tanto” che pronuncia ogni volta che Andrea sgrana gli occhi davanti alle porzioni assurde di cibo che gli vengono poste davanti. “Originariamente esisteva solo questa parte…” Matias continua la sua narrazione ma già Andrea vede altro davanti ai suoi occhi. La facciata bianca sembra sgretolarsi davanti ai suoi occhi per mostrargli le fondamenta, la prima struttura in legno, i primi mattoni posati. Al posto del parco rigoglioso un campo incolto e persone, silenziose, distratte in una preghiera interiore. Nella città fondata da Garay, bassi e scuri criollos lavorano fianco a fianco con monaci avvolti in sai. I piedi nudi degli uni ripercorrono le impronte lasciate dai sandali degli altri. Orme, tracce di un passato che si è trasmesso fino ad oggi per manifestarsi nella sua interezza a lui. Quello che Andrea non capisce è l’attaccamento degli argentini alla loro terra, anche se tutte le persone che ha incontrato finora sembrano avere almeno uno zio in Italia, oppure sono nipoti di tedeschi, di francesi. Almeno le persone che ha conosciuto lui. Quelle che fanno parte della Santa Fe che conta. Gli altri, quelli che vivono nelle catapecchie a Colastiné, quelle baracche che si vedono in lontananza dal patio con piscina dei suo parenti, chiaramente hanno origine criolla. Sono piccoli, scuri, i capelli rigorosamente neri che cadono lisci su due occhi ancora più cupi. Matias no, come tutti gli altri della sua famiglia ha degli annacquati occhi azzurri che sembrano incantare tutte le donne con cui parla, ma che non hanno una storia da proteggere. E’ come se il loro bagliore servisse per celare il fatto che manca di una reale profondità. “Forse hai bisogno di attaccarti a questa terra perché non puoi guardare troppo indietro, o scopriresti il senso di naufragio che provano le persone costrette ad abbandonare la propria casa.” Andrea sbarra per un attimo gli occhi. La sua frase è risuonata tanto chiara in testa da farlo temere di averla pronunciata realmente. “E’ presto diventata la chiesa della città, per questo è stato eretto il campanile.” Il cugino gesticola facendo guizzare i muscoli del braccio. Non ha smesso un attimo la sua narrazione. Andrea alza gli occhi al campanile prima di cercare riparo dal sole implacabile della città. Ha
l’impressione che le persone che la sua tesa gli fa vedere creino un passaggio per non intralciare il suo passo. Il patio è fresco in confronto al giardino che fronteggia la costruzione, e qui la sua pelle non sembra più cosparsa di piccoli frammenti di vetro che riflettono i raggi solari. Non aveva mai trascorso un inverno simile. Sì, dopo un mese che si trova in Argentina ancora scorda che là è piena estate, una stagione torrida, ma almeno scevra dall’umidità che sembra infradiciare le ossa nella sua Bologna.
“Quest’altra zona in origine era una casa coloniale, solo in seguito è stata adibita a convento.” Matias indica un edificio sorto al lato della chiesa. Gli occhi esperti di Andrea avevano già notato quella parte di costruzione, così regolare, così robusta. Tutto è squadrato, creato per essere solido e funzionale, come se già allora la gente fosse a conoscenza delle tempeste che avrebbero sconvolto la nazione. Eppure ha un suo fascino. Andrea è attratto da quella parvenza di semplicità tranquilla.
Matias si scusa con un cenno della mano mentre risponde al suo cellulare, ma Andrea pensa che dovrebbe ringraziare chiunque sia all’altro capo del telefono. Finalmente un attimo di tregua. Inspira profondamente, come a cercare con le narici la polvere che in origine ci sarebbe dovuta essere in quel luogo ora rigoglioso di verde. E’ un attimo, il tempo di sbattere le palpebre ed i monaci del 1600 svaniscono davanti ai suoi occhi. Si dissolvono, come solo i fantasmi dei pensieri riescono a fare quando una nuova idea si affaccia alla mente. E lei è là. Una morocha, con i capelli raccolti a scoprire il candido collo. Il vestito è troppo scollato per fare di lei una signora. La gonna troppo lunga per appartenere a quest’epoca. Il suo corpo troppo etereo per essere reale. Eppure si muove, leggera e armoniosa. A piedi nudi scivola tra le colonne che, al suo passaggio, sembrano quasi sciogliersi a cercare un suo tocco. La struttura squadrata sembra volerle aderire e condividere quel tango solitario. La morocha continua indisturbata a muovere il suo corpo, ora sensuale, ora dolce, ora ancora travolgente. Si adatta all’architettura senza esserne scalfita, ruota attorno agli angoli mostrando che nulla può ferirla. Il suo sguardo indomito sembra voler viaggiare lontano.
“Soledad”. Il nome bisbigliato esce rotolando dalle labbra di Andrea. E non ha idea di chi sia quella donna che s’arresta di fronte a lui. Quella donna che sembra rispondere ad un nome che assomiglia ad una maledizione. “Devo riaccompagnarti. Riunione.” La donna sfuma come scacciata dalla presenza di Matias. Lui e la sua “dura vida de la concejala de Deportes” fatta di riunioni in municipio quando la giunta si riunisce. Non uno “scusa”, non un’alzata di spalle, non un sorriso a dire “lavoro, che ci possiamo fare?”. In questo Matias è argentino, nella quintessenza di sè: bisogna andare avanti. “Non ti senti mai solo in questa abbondanza fatta di immense distese di verde?” Un’altra domanda che non lascia la bocca di Andrea. Se solo, mentre si allontana spinto dal cugino, si voltasse, troverebbe la sua risposta. Scoprirebbe che la morocha è tornata, e danza, certa che la solitudine sia solo un nome a cui rispondere. Che la solitudine sia la più preziosa delle amiche.

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