L’acquario (Bronx)

La chiamano “Champs-Élysées of the Bronx” e al 1150, se guardi bene, trovi anche “l’Acquario”. Dalla sua finestra con gli angoli smussati del Fish Building, Jameela sta osservando la strada, poi si volta. Sua madre sta prendendo le chiavi di casa, poi afferra il carrello della spesa e si ferma di nuovo davanti allo specchio dell’ingresso, per cacciare indietro gli ultimi capelli che escono dal velo. Jameela sa che fra un anno dovrà fare lo stesso gesto della madre perché anche lei si nasconderà i capelli. Per tutta la vita. Il padre dice che lei è unica, ma lei si sente solo diversa. In casa parlano arabo, inglese fuori. Celebrano la “Festa del Sacrificio” che è proprio vicina al “Giorno del Ringraziamento”. Sono due feste per  la riunione e la condivisione. Loro offrono cibi speziati ai vicini di casa e  ricevono in cambio il tacchino. Poi passate le feste, le divisioni tornano. Il padre vuole che Jameela aiuti la madre in casa, lui invece esce con il figlio. Niente parco, niente giochi, lei ormai è grande e sta per indossare il velo. Jameela ha diecimila domande, vorrebbe capire prima di rispettare le regole. E si chiede ma i pesci avranno le regole? Perché a lei piacerebbe fare la stessa vita dei pesci, quelli disegnati sul suo palazzo, quel mosaico “strano” in facciata. Quante volte li ha disegnati ? Quanto ha immaginato che quel pesce pagliaccio potesse essere lei, lei che nuota e non obbedisce alle interpretazioni religiose degli uomini, fatte per umiliare le donne. Andare nel mare profondo, avere una coda e una chioma di capelli da mostrare, liberi di ondeggiare nella corrente. Quel disegno è da sempre il suo mondo ideale, quell’acquario in cui si rifugia per trovare la forza di abbassare la testa.

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