Mission

Era la quinta sera che c’erano a tavola solo le Tortillas de espinacas, la quinta sera che il padre tornava a casa, prendeva un bicchiere di aguardiente ci spruzzava qualche goccia di limone e si gettava sulla poltrona a fissare il soffitto. Sua madre continuava a guardare le rigature nel bianco del tavolo, suo fratello si ingozzava fino a star male. E si sapeva che la settimana dopo ci sarebbero state ancora tortillas, ma lei non aveva la più pallida idea di cosa potesse rimediare la madre per riempirle.
Da quando il padre aveva perso il lavoro all’hotel, da quando gli avevano detto che non serviva più un facchino, da quando a sua madre avevano ridotto l’orario di lavoro, ma non le stanze da pulire, tutto sembrava plumbeo, tutto “nuotava” nella nebbia. Quella stessa nebbia che per lunghi periodi dell’anno avvolgeva la Baia. Pian piano anche Mirna, con quell’umido che ti si appiccica addosso se ci  cammini dentro, provava una sensazione di nulla e di incertezza e non più di mistero e oblio per quel vedo e non vedo. Mentre i palazzi scomparivano un senso di malinconia la pervadeva, quel grigio non era più un colore che ti protegge, un’ovatta in cui sognare a occhi aperti, era solo torpore, immobilità e apatia. Tra 15 giorni, Mirna compirà quattordici anni, ma già sa che sarà un giorno come gli altri… no, peggiore degli altri. Non ci sarà la festa con gli amici, non ci saranno regali, non ci saranno forse neppure gli auguri. Tutti in quella casa sono muti. C’è solo il rumore della sedia del fratello, un suono metallico, che graffia il pavimento, che lo corrode. E in quell’istante Mirna pensa che anche la sua vita si è corrosa. Sono passati giorni, ma non ne ha parlato, forse non ci ha neppure più pensato. Ha ancora un grosso livido sulla coscia, ma quel dolore non ha nemmeno il coraggio di guardarlo. Non sa perché, non sa perché solo di fronte all’avanzo di tortillas che è rimasto nel suo piatto, proprio ora quell’incubo cerca spazio. E poi sente qualcosa che si spezza dentro, come un big bang  inarrestabile, che la sta lacerando. E si ritrova a correre nella strada e non si rende conto di come sia uscita dalla cucina. In lontananza c’è solo la madre che urla il suo nome, ma è un eco lontano, forse un’allucinazione.
Improvvisamente si ferma, colpita da qualcosa che non mette a fuoco. E’ colpita dai colori che sono impastati dalle sue lacrime. Poi  da quel caos colorato viene fuori il volto di una bambina che tiene in mano una bambola, un’innocenza serena. Poi c’è un’altra bambina che esce da una tenda e sembra voglia accogliere Mirna, sembra quasi dirle “entra”. E lei entra in quell’edificio di donne dai tanti colori.
C’è una signora messicana, dietro un tavolo, che la fissa per un tempo interminabile e lascia che sia lei ad ambientarsi. Vede una donna di mezza età entrare in un’aula, sente parlare spagnolo e inglese. Vede una madre con tre bambini uscire dall’edificio sorridendo, vede colori, vede vita.
Va verso la donna messicana che si alza in piedi. Mirna l’abbraccia, “hola” e la donna contraccambia il suo abbraccio.
Le parole non sono più un problema. Lei non è più la condannata a morte di quel dannato pomeriggio quando il padre ha abusato di lei. Lei è una vittima, l’ennesima è entrata nella grande “Casa delle Donne” rivendicando la sua femminilità, ma rifiutando il ruolo di femmina…
Sono passati 15 giorni, ma sembrano anni luce… c’è la torta, la festa e i regali… ma soprattutto ci sono loro le donne, sono venute sua madre e suo fratello… e la nebbia che c’è fuori ha di nuovo un profumo magico,  misterioso e  affascinante. Lo stesso profumo che da qualche giorno Mirna sente pensando al suo futuro.

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