Una notte fuori (CAP III)

La signora sorride. “Per voi americani qualunque cosa con più di vent’anni è già storia… E’una bella visione… per noi europei i vostri monumenti antichi sono semplicemente vecchie cose moderne” “Vecchie cose moderne?” “Il moderno già visto… nelle foto, nei film, nelle descrizioni dei libri… diventano vecchie conoscenze… le mitizziamo anche, ma difficilmente riusciamo a immergerci nelle vostre atmosfere, in quelle più vere… come Jim Power” Quella frase colpisce Betha…ora si sente in sintonia con la signora. Lei ama l’arte di Jim… ha una cartella sul computer dedicata ai suoi mosaici… La domenica la passa spesso a girare New York per fotografare l’arte di strada, l’arte in divenire, l’arte di un momento… Che ha vita breve, ma comunica forti emozioni. Non a caso ha studiato sociologia alla Columbia University e dopo si è affittata una casa lì… nel quartiere più eterogeneo di New York.” Fino a quel momento non aveva notato l’enorme borsa marrone che la signora tiene a tracolla. Da quella borsa ora sta uscendo la vecchia copertina spiegazzata di un disco… The Freewheelin’, Bob Dylan, Suze Rotolo e il Greenwich… “Prima c’erano i miti… adesso c’è la gentrification… Invece dobbiamo conservare la memoria non solo dei monumenti, dei palazzi… Ma anche delle atmosfere… l’umido del “Gaslight”…quando il “Cafe Wha?”in una sola notte diventava il mondo a 360 gradi…“L’Hotel Griffou”, ora è un luogo dove mangiare polpette tenere…E giusto che i luoghi cambino insieme alle persone, ma il problema oggi è che gran parte della gente è tutta uguale e i luoghi si assomigliano tutti… Sarebbe bello poter assaporare ancora le sfumature e invece finiamo tutti appiattiti dentro situazioni confortevoli, soft, anestetizzate…” Betha ha appena il tempo di sistemarsi una ciocca che le è caduta davanti agli occhi. “Ti porto a vedere una cosa” le dice la signora e inizia a camminare. Betha ormaiè incuriosita e allucinata, come presa da un vortice che l’avvolge e la trascina a seguir le quella strana donna. Sono tra la Waverly e Charles, quando si fermano davanti alla vetrina di una boutique di lusso, dove una borsa gialla può costare oltre i $2000. “Prima ci suonava Fats Waller, era un locale clandestino negli anni ’30… Poi sono arrivati i Chong ed è iniziata l’era della lavanderia… per 60 anni, è stato un punto di ritrovo… ha lavato i vestiti di molti beatnik. Il proprietario era un tipo simpatico…” Betha si ricordava la scritta sulla vetrina, ma quando era arrivata al Village lì c’era un parrucchiere… “Hanno rimosso la scritta rossa”

Sì… Quella di Henry Chong, un uomo sempre sorridente, un cinese che ci era cresciuto in questo negozio… Aveva i capelli bianchi, la faccia bonaria e amava il suo lavoro… Una sera si mise a cucire. E fu l’ultima volta…” Betha guarda all’interno del negozio e lo vede. E’ li seduto proprio davanti alla macchina da cucire cinese, ha un rocchetto di filo in mano. Alle pareti ci sono gli scaffali con le camicie piegate e i capi lavati a secco che pendono dal soffitto. Chong sta aprendo la porta, le saluta, chiude il negozio e va via.

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