4 maggio (CAP II)

Stu continua a fissare il polso di quell’uomo.

Era quel ragazzo dai capelli lunghi, con la bandiera nera che sventolava davanti all’esercito… Un attimo prima che il Vietnam arrivasse in America. Un attimo prima che un proiettile si conficcasse nel suo polso.

4 maggio 1970. Da una parte gli studenti universitari dell’Ohio che rivendicano la pace. Lo fanno con la violenza e con le pietre che scagliano contro la polizia… dall’altra ci sono i giochi di potere, personaggi come H. R. Haldeman, soprannominato di volta in volta e con sadica ironia: “The Brush”, the “President’s son-of-a-bitch” e “Berliner wall”.
Mr X è un ragazzo qualunque che il 4 maggio 1970 si trova a passare per il campus della Kent University e diventa casualmente testimone di un pezzo di storia che gli passa davanti. Mr X è un tipo con una macchina fotografica, capitato nel mezzo di una “guerra civile”. La Guardia nazionale spara all’impazzata sui manifestanti e un ragazzo cade a terra. Jeffrey Miller è morto. Accanto a quel corpo senza vita c’è una ragazzina quattordicenne, Mary Ann Vecchio, scappata di casa per partecipare alla manifestazione. Mr X scatta la foto e vince il premio Pulitzer.
Quel Mr X si chiama John Filo, ha 23 anni, studia alla Kent e scrive per il Pittsburg Tribune-Review.
4 Maggio 2009. A Stu in questo momento non interessa la storia di John Filo o di Mary Ann Vecchio che impiegheranno 25 anni per incontrarsi, e neppure il Watergate… ma ci sono quattro vite spezzate… un morto che è diventato un simbolo. E Alan che cammina davanti a lui è uno dei testimoni oculari di quella giornata di follia.
Due volte cerca di avvicinare quell’uomo, di fermarlo… ma si frena perché ogni domanda che in quel momento gli passa per la testa è disarticolata, un po’ come le immagini di quei corpi che continuano a rimbalzare nella sua testa.
Alla fine lascia che Alan si allontani… lui e il suo passato… in fondo Stu appartiene a quelli del XXI secolo, che non lanciano più le pietre, ma abbassano la testa e gridano il dissenso fra le pareti di casa. Quelli che leggono la storia, ma non la fanno. Guardano sul web Occupy Wall Street e scrivono messaggi di consenso, ma protetti da un avatar anonimo.
Per quelli come Stu il movimento è qualcosa di astratto, è un blog, una notizia al telegiornale… Zucconi Square è un punto sulla mappa di google o le migliaia di foto postate ogni giorno… La manifestazione è servita comodamente in poltrona.
E’ la paura, la fragilità di sentirsi soli in mezzo a tanti, che strangola la voce ai ragazzi come Stu… Era il gruppo, le mani che si tendevano gli uni con gli altri, gli ideali comuni a far gridare i ragazzi come Alan.
Stu prende il suo I-phone e fa una foto al Memorial, questa sera la posterà su facebook… questo è il suo contributo al mondo…è poco, ma c’è anche chi passa e ignora quelle sei colonne, non le degna neppure di uno sguardo. Non si ha più la forza di morire per un ideale… Non ci sono più Sandra Scheuer, Allison Krause, Jeffrey Miller, William Schroeder.

4 maggio (CAP I)

Ogni giorno la vita di una persona è un’occasione, ma poche volte l’occasione si traduce in azione. Ancora più rare sono quelle azioni che mirano a una migliore “giustizia sociale”. Ciò che sembra prevalere è la disinformazione e il silenzio su ciò che è scomodo al potere… Così si zittisce chi vuole alzare la voce. E chi ci prova lo chiamano disubbidiente…

2009. Stu, matricola alla Kent State University, studia storia. E’ affascinato da i grandi personaggi, dalle epiche battaglie, meno dalle date e dai morti che sono solo numeri da ricordare.
E’ un giorno di  maggio quando Stu lo vede, mentre cammina tra la folla di ragazzi, lui che ragazzo non lo è più… Quell’uomo sulla sessantina attraversa gli spazi con uno sguardo che sembra spezzare le immagini del presente davanti a lui e ricostruire una memoria del passato. Un istante e Stu viene folgorato. Capisce chi è quell’uomo… Non può far altro che seguirlo mentre passa tra la Prentice Hall e la Taylor Hall. Ricorda le foto su internet e non ha il coraggio di fermarlo.

Sandra Scheuer, Allison Krause, Jeffrey Miller, William Schroeder.
67 colpi, 13 secondi, 4 morti alla Kent State University. Una costituzione, quella americana, sepolta nel campus.

Lo avevano chiamato “Kent State”, un nome che la memoria avrebbe presto dimenticato… Poi fu ribattezzato “4 maggio” e la data ha assunto un posto nella storia.
1970. L’America, guidata da Nixon, invade la Cambogia. La guerra del Vietnam, non finisce, anzi si allarga. Le promesse del Presidente in campagna elettorale, non sono state mantenute. Sotto quella guerra ci sono troppi interessi. Si vuole avere una nuova roccaforte in Asia, il Giappone non basta più. Il comunismo avanza e l’America ha paura. Ha paura di dire la verità, di confrontarsi con un “modello” diverso… Non può correre il rischio che a qualcuno non piaccia più la coca cola o l’hamburger. E allora non importa quanta carne umana deve essere sacrificata… L’importante è ristabilire l’equilibrio… La nuova parola d’ordine è aggredire…
Eliminare chi non condivide l’”American Way of Life”, fuori o dentro i confini non ha importanza. Ogni mezzo è lecito…. Se a compierlo sono gli “uomini del Presidente” o le loro diramazioni.

Dalla vetrina (CAP IV)

E’ venuta primavera, lei è nella sua vetrina… Si deve dare da fare, la concorrenza è molta… I ragazzi, si sa, preferiscono le ragazze slanciate, quelle alte con i fisici da modella… Lei non lo è mai stata… Quindi deve puntare sullo sguardo, sui movimenti del corpo e non è facile in pochi istanti conquistare l’attenzione di chi passa… All’improvviso sente la porta aprirsi, non ha idea di chi possa essere, stava guardando un tedesco che poi entra in un’altra vetrina… Ma le basta poco… dalle mani che si sbottonano la camicia riconosce Youssef… E’ di nuovo uno stupro… Non è più Bunny Lou, come la conoscono i suoi clienti… Non è più Lotti, la vicina di casa… E’ di nuovo la ragazzina di 17 anni che alla vigilia di Natale è stata stuprata in una pensione da quattro soldi… Si sente trattata come una “dose”… Youssef ha solo bisogno della sua droga settimanale… Sa che non la pagherà… Se Lotti proverà a parlare lui dirà a tutti che lavoro fa… Ma come l’ha saputo? Chi gli ha detto come trovarla? E Amina?
Di nuovo a fissare un soffitto, di nuovo a sperare che finisca prima possibile, di nuovo vittima di quell’impotenza maschile che si trasforma in violenza bruta…
Quando Youssef se ne va lei lei si sente un odore acido addosso…
Lo trova facilmente quello che le serve… Piccolo e maneggevole…
La sera non va a lavorare… Si ferma giù nei garage… Youssef ci passa per raggiungere i suoi amici… Un momento prima cammina…
Un momento dopo è steso a terra… Neppure il tempo di urlare.  Lotti butta il coltello nello stagno artificiale insieme ai guanti… Aveva scelto dei guanti da motociclista molto più grandi delle sue mani… Non prova nulla… E’ tranquilla… Come ogni sera… Sicura di sé… Suona alla porta di Amina… lei le apre pensando che sia Youssef… Passano la serata a mangiar cous cous in attesa che lui torni… Poi suona la polizia… E dà la notizia… Lotti, le è accanto in ogni istante… Un mese dopo fermano un ventenne drogato… Lo accusano di aver provato a rapinare Youssef… E poi averlo ucciso… Caso chiuso. “Tutto facile” – pensa Lotti – come i soldi che continua a guadagnare… Poi un mercoledì di fine agosto bussa alla porta di Amina e le dice “Andiamo!”
Il taxi si ferma a Sarphatipark… In una palazzina a due piani vicino a una galleria d’arte… E quella diventa la loro casa… Lotti, esce la sera per andare alla sua vetrina. Si incontra con Amina tutte le mattine dopo che lei ha accompagnato i figli a scuola. Fanno colazione insieme al bar della piazza centrale… Il pranzo della domenica…. Il parco, il cinema e il pub… Le loro femminilità diventano complici… La vetrina è il simbolo della loro storia… Quelle luci rosse che avvolgono il corpo di Lotti in mostra… In fondo però, anche Amina si sente protetta da quel vetro che è la soglia di separazione tra Bunny Lou e Lotti… Tra il privato e il “pubblico”… Fra il maschile e il femminile… Non è stato facile per Amina accettarlo, non è stato facile uscire dagli schemi… Nessuna delle due si preoccupa di darsi dei ruoli, di essere una coppia o una famiglia… Si sono incontrate, hanno fatto dei progetti…  e questo basta!

Dalla vetrina (CAP III)

Si risveglia all’ospedale, Amina le sta accanto, uno dei bambini mangia un pezzo di pane sofian, l’altro dorme sulla sedia. Il marito di Amina in fondo alla stanza, guarda fuori dalla finestra .
“Va meglio?” e vede la faccia di Amila ancora preoccupata.
“Sì, meglio! Ho solo bisogno di dormire…”
“Allora, noi andiamo… Se hai bisogno…”
Lei ha solo bisogno di vendetta, non di una famiglia premurosa.
Esce dall’ospedale la mattina dopo e va ad affittarsi una vetrina… Nel quartiere a luci rossi… Ora può trattare i clienti come merce… Anche quelli fissi… Sacchi pieni di spazzatura che le fanno guadagnare soldi… E’ questa la sua vendetta… e le piace… Da vittima a carnefice… Soprattutto con quelli che vogliono essere umiliati… Lei sa benissimo come calpestarli…
Amina la vede solo il lunedì mattina, nel giorno di riposo… Le ha detto semplicemente “ho cambiato lavoro… Guadagno bene!”
In poco più di un mese si compra tutti i vestiti che vede e non importa se li desidera o meno. Li compra perché può farlo. Ed è questo che le dà potere… O almeno così crede! Va a cena fuori… Ristoranti di lusso, glieli fanno conoscere le altre ragazze… Continua a fare soldi su soldi… Non si fida di investirli in azioni e compra gioielli…Li può sempre rivendere.
Amina la vede raramente, ormai l’annoia quando le parla dei figli, s’irrita con i gossip degli attori… E’ lei a sentirsi una prima donna… I problemi finanziari dell’amica l’annoiano… Le ha prestato dei soldi… Non spera di rivederli anche se Amina le ha giurato che glieli renderà…
Un paio di volte si incontrano nei corridoi dell’edificio… L’ha vista invecchiata, spenta… Una volta aveva una guancia gonfia, colpa del mal di denti le aveva detto… Sono diventate delle estranee, le cui vite seguitano a incrociarsi…

Dalla vetrina (CAP II)

E’ la vigilia di Natale, Lotti compirà 18 anni pochi giorni dopo. E’ lì alla pensione quando arriva un ragazzo robusto. Le chiede la chiave e sale in camera. Nella pensione, stasera, c’è una gran confusione. Lotti dietro il bancone scorticato sta leggendo la sua rivista di gossip preferita… Le piacciono le vite dei vip… Passano ore con Amina a parlarne… Lotti le racconta delle grandi star di Hollywood e Amina sgrana i suoi occhioni neri e cominciano a immedesimarsi. E proprio mentre sta leggendo dell’ultimo scandalo di una celebre coppia d’attori, quel ragazzo scende di nuovo.
“Hai da accendere?” le chiede mentre finisce di rollare una canna fra le dita. E Lotti distrattamente gli passa l’accendino che ha in un cassetto.
“Perchè non sali? C’è da divertirsi su…”
“Sto lavorando” risponde Lotti continuando a leggere l’articolo.
“Sali!” e si avventa dietro il bancone, tira Lotti per un braccio… La sedia cade… Nelle camere si sta festeggiando… Nessuno si cura di quel tonfo sordo… Lotti fa resistenza, grida ma la mano del ragazzo le tappa la bocca. Ora è in balia di quell’onda che la trascina fin dentro la camera… Là ci sono altri due ragazzi ubriachi… E una ragazza svenuta sulla poltrona… Lotti non vuole pensare… Si ritrova nuda a fissare quella macchia di umidità sul soffitto finché non arriva la mattina seguente.
Quando esce vuole solo prendere il mondo a morsi. Prendersi la sua fetta, come hanno fatto gli altri con lei. Non è spaventata, è schifata.
Vuole buttare gli abiti che ha, pensa così di rimuovere il problema. Si compra una tuta nel primo negozio che incontra e si sente di nuovo “pulita” e incontaminata.
In quel vagone della metro che stride veloce sulle rotaie, Lotti si sente accecata dalla luce. Sfrecciano le fermate e lei a poco a poco si allontana da quella pensione, da quella stanza. E poi arriva. E’ la sua fermata. Scende dalla metro… Sale al secondo piano… Casa.
Resta per un’ora sotto la doccia, si passa il sapone sui lividi, vorrebbe cancellarli ma non può.
E’ avvolta in un asciugamano bianco quando sente suonare ripetute volte alla porta.
Apre e c’è Amina.
“Ero preoccupata… Sei rientrata tardi!”
“Sì… Un imprevisto al lavoro”
“Buon Natale, Lotti” e Amina le dà un pacco.
Già oggi è un fottuttissimo Natale.
“Grazie!” lo afferra e sente il sangue scorrerle lungo una gamba… Sviene.

Dalla vetrina (CAP I)

Lotti se ne è andata di casa a 16 anni. Non sopporta quell’ambiente famigliare claustrofobico. Un labirinto di malumori e un ping pong di accuse tra madre, padre e fratello maggiore.
Le sono bastati un paio di mesi per capire che il lavoro da cameriera non fa per lei… Troppo distratta. Prima dormiva con una sua amica universitaria in centro, poi è costretta a lasciare l’appartamento. L’affitto è ormai troppo alto. Ha 17 anni quando si trasferisce a Bijlmer nel quartiere F. E’ una zona sorta negli anni ’70, il progetto era avveniristico… Forse un po’ troppo… Ben presto gli alti palazzi ad alveare, disposti ad esagono di fronte allo specchio d’acqua artificiale, diventano alloggi per clandestini o per ragazzi come Lotti che non si possono permettere altro. Lì ha conosciuto Amina. Ha 20 anni ed era immigrata dal Marocco con suo marito Youssef e due bambini. Youssef si alza presto la mattina. Va a scaricare e vendere la frutta e la verdura al Dappermarkt.  Lotti passa la giornata a casa di Amina. Chiacchierano, l’aiuta con i figli, preparano il pranzo insieme e dopo scendono nello spiazzo di cemento e acqua davanti casa. Lì ci sono altre madri, bambini di ogni età e anziani. Youssef torna verso le 6 di sera, vuole trovare la cena pronta e poi si vede con gli altri uomini… Parlano nella loro lingua e fumano. Lotti la sera esce. Va a lavorare in una pensione vicino Nieumarkt. Lei deve consegnare le chiavi agli ospiti e assicurarsi che nessuno durante la notte lasci la camera senza pagare. Ci stanno parecchi ragazzi squattrinati e molti poveri… Intere famiglie stipate in una stanza con il bagno nel corridoio. Il padrone è un cinese. A lui importa solo avere un buon incasso a fine mese e non permette a nessuno di fare il furbo.

Una notte fuori (CAP IV)

Mi hai sentito? Andiamo!” è un rimprovero scherzoso quello della signora. Chissà da quanto la sta chiamando… Eppure fino a un attimo prima Harry era lì… “Come ti chiami?” le chiede ora la sonosciuta mentre ci avviciniamo al lato Nord di Washington Square.

Betha, in celtico significa Vita” “Un’irlandese?” “Un’americana!” La signora sorride. Betha capisce che dietro quel sorriso c’è un mondo che si apre. E’ stata solo una provocazione…

La casa di Hopper…” Sta uscendo di casa, con la giacca sopra il gilet e il cappello a nascondergli la calvizie. E’ lì che scruta col suo occhio fotografico i particolari di New York e li trasforma in pittura, in locandine, “nei verdi, nei gialli, nei blu, in quella luce calligrafica e in quelle ombre che diventano buchi neri. Nelle finestre a vetri c’è la vita interna degli edifici , come se costringesse lo spettatore a diventare suo “complice” di quel guardare attraverso…Morning in the city… Apartment House… Nighthawks”… Poi lo vede allontanarsi… man mano che il racconto della signora si dissolve… Thomas Paine… E’ l’ultima tappa. Per Betha non è più solo una placca attaccata a un edificio… “Il rivoluzionario, diffamato da ovunque, denunciato per i suoi vizi e dimenticato per le sue virtù, si ritrovò vittima del suo popolo… Non si fece scalfire dall’odio… Non aveva paura di prendere posizioni…” Betha vede il fuoco che divampa mentre distrugge i libri di Paine… Lui rimane saldo, lucido nelle su posizioni… “Bethaaaaaaa!”, Betha si gira di scatto. “Io sono Viv” le grida la signora prima di girarsi e andar via. Betha rimane immobile qualche minuto. Viv Looper… Faceva radio negli anni ’60… Era una delle “voci” più ribelli… Ma dove sta Paine? Andato via insieme a Viv… Poi un altro ricordo… “Il divano di Viv”, il programma radiofonico dove erano passati tutti… Ogni settimana trasmetteva da un posto diverso… come aveva fatto a non riconoscerla? Betha inizia a ripercorre nella sua testa il viaggio di quella notte. Da quando si è svegliata sino a quel momento .

Strano incontro” pensa. Hanno appena aperto il Christopher Park… si siede su una panchina, quella a lato delle statue… Vede il quartiere popolarsi, mentre mangia un macaron… Persone e persone che passano distratte per quelle strade… Hipster con le cuffie alle orecchie, ex sessantottini, ex rivoluzionari, ex bohemien…Stringe il pendente indiano e si guarda nel profondo… e sa che lei, sì, anche lei appartiene a quel posto… non potrebbe vivere altrove… ha l’istinto di sopravvivenza, non quello dell’altruismo ad oltranza… Non potrebbe mai dire come Paine « My country is the world… and my religion is to do good. »

E Viv? Viv è una Paine. Sì, lei lo è. Voi chi siete? Viv o Betha?

Una notte fuori (CAP III)

La signora sorride. “Per voi americani qualunque cosa con più di vent’anni è già storia… E’una bella visione… per noi europei i vostri monumenti antichi sono semplicemente vecchie cose moderne” “Vecchie cose moderne?” “Il moderno già visto… nelle foto, nei film, nelle descrizioni dei libri… diventano vecchie conoscenze… le mitizziamo anche, ma difficilmente riusciamo a immergerci nelle vostre atmosfere, in quelle più vere… come Jim Power” Quella frase colpisce Betha…ora si sente in sintonia con la signora. Lei ama l’arte di Jim… ha una cartella sul computer dedicata ai suoi mosaici… La domenica la passa spesso a girare New York per fotografare l’arte di strada, l’arte in divenire, l’arte di un momento… Che ha vita breve, ma comunica forti emozioni. Non a caso ha studiato sociologia alla Columbia University e dopo si è affittata una casa lì… nel quartiere più eterogeneo di New York.” Fino a quel momento non aveva notato l’enorme borsa marrone che la signora tiene a tracolla. Da quella borsa ora sta uscendo la vecchia copertina spiegazzata di un disco… The Freewheelin’, Bob Dylan, Suze Rotolo e il Greenwich… “Prima c’erano i miti… adesso c’è la gentrification… Invece dobbiamo conservare la memoria non solo dei monumenti, dei palazzi… Ma anche delle atmosfere… l’umido del “Gaslight”…quando il “Cafe Wha?”in una sola notte diventava il mondo a 360 gradi…“L’Hotel Griffou”, ora è un luogo dove mangiare polpette tenere…E giusto che i luoghi cambino insieme alle persone, ma il problema oggi è che gran parte della gente è tutta uguale e i luoghi si assomigliano tutti… Sarebbe bello poter assaporare ancora le sfumature e invece finiamo tutti appiattiti dentro situazioni confortevoli, soft, anestetizzate…” Betha ha appena il tempo di sistemarsi una ciocca che le è caduta davanti agli occhi. “Ti porto a vedere una cosa” le dice la signora e inizia a camminare. Betha ormaiè incuriosita e allucinata, come presa da un vortice che l’avvolge e la trascina a seguir le quella strana donna. Sono tra la Waverly e Charles, quando si fermano davanti alla vetrina di una boutique di lusso, dove una borsa gialla può costare oltre i $2000. “Prima ci suonava Fats Waller, era un locale clandestino negli anni ’30… Poi sono arrivati i Chong ed è iniziata l’era della lavanderia… per 60 anni, è stato un punto di ritrovo… ha lavato i vestiti di molti beatnik. Il proprietario era un tipo simpatico…” Betha si ricordava la scritta sulla vetrina, ma quando era arrivata al Village lì c’era un parrucchiere… “Hanno rimosso la scritta rossa”

Sì… Quella di Henry Chong, un uomo sempre sorridente, un cinese che ci era cresciuto in questo negozio… Aveva i capelli bianchi, la faccia bonaria e amava il suo lavoro… Una sera si mise a cucire. E fu l’ultima volta…” Betha guarda all’interno del negozio e lo vede. E’ li seduto proprio davanti alla macchina da cucire cinese, ha un rocchetto di filo in mano. Alle pareti ci sono gli scaffali con le camicie piegate e i capi lavati a secco che pendono dal soffitto. Chong sta aprendo la porta, le saluta, chiude il negozio e va via.

Una notte fuori (CAP II)

Questa volta lo hai perso sul serio!” In un secondo passa dall’imbarazzo all’irritazione. “Se te lo metti al collo, forse non lo perdi più” e il caschetto biondo sfrangiato ancora da ragazzina si muove sul viso della signora fino a scoprirle alcune rughe che prima s’erano nascoste. “Non è mio!” risponde Betha e se ne va. Tra sé pensa che sarebbe stato meglio non uscire, quella donna le sta rovinando la passeggiata e… le incute paura. Si sente seguita, perseguitata. La sta destabilizzando. All’improvviso torna indietro… Quel pendente le manca…Si sente in colpa… E’come se ora avesse un significato o un’anima… Ha paura di una maledizione… Non che lei creda a queste cose… Ma è un brutto periodo.. Qualsiasi cosa, con una sola possibilità di andare storta, ci va… e nel modo peggiore.. Vuole riavere quell’amuleto. Magari non le porterà fortuna, ma per lo meno non avrà paura di esersi tirata addosso, rifiutandolo, qualche maledizione. Le bastano pochi passi per ritrovare la signora. E’ lì davanti alla libreria,con l’amuleto in mano. Non deve neppure chiedere, glielo porge direttamente la signora, lì davanti al bookshop. “Sai lo volevano far chiudere…” “Ma di che sta parlando” Non ha idea a cosa si riferisca la signora.“La libreria… La volevano fa chiudere… Poi hanno trovato un accordo… Hanno chiesto anche contributi su internet… Sarebbe stato un peccato, è qui dal 1977” “1977” Quel numero diventa una cifra che risuona nel cervello di Betha. Lei all’epoca non era neppure nata.

Non era così all’epoca… io ci venivo spesso… era un po’ come la biblioteca di un amico, ci trovavi i titoli più comuni e qualche curiosità” Betha non ha idea perché continua ad ascoltare quella vecchia pazza. C’è qualcosa però nella voce di quella donna che le è famigliare…Ma non si ricorda dove l’ha sentita. Non sa che dire e ora il silenzio inizia a disturbarla. Deve trovare un modo per andar via senza essere scortese. “Sarebbe stato un peccato se avesse chiuso e…” non riesce a finire la frase che la signora prende l’occasione al volo per riprendere la parola. “La domenica sera qui si incontravano Susan e Annie…”

La faccia di Betha è perplessa…Chissà di chi sta parlando. “Susan Sontag e Annie Leibovitz” Ora Betha ricorda… La scrittrice e la fotografa… si parlò molto di quella coppia, alla fine degli anni’90. Lei era ancora una bambina, ma sua sorella maggiore, maniaca di gossip, doveva averle accennato qualcosa… o almeno le sembrava… in ogni caso anni dopo aveva letto l’”Amante del Vulcano” appassionandosi al triangolo amoroso tra Emma e William Hamilton con Horatio Nelson. “Ginsberg e Glass… sempre qui, fra queste mura iniziarono a collaborare”. Betha vuole di nuovo andarsene e cerca di assecondarla. Forse la smette.“ Sì, il Greenwich è un posto storico, conserva intatte le memorie dei suoi personaggi.”

Una notte fuori (CAP I)

Si era svegliata di notte e non era più riuscita a prendere sonno. Aveva provato a leggere qualche pagina del libro che aveva sul comodino, ma si era imbattuta nella lunga descrizione di una fattoria nel New Hampshire, che l’aveva annoiata a morte. Ma perché nei thriller c’era spesso una fattoria del New Hampshire?

Chiude il libro e guarda Blues addormentato nella cuccia… Muove ritmicamente la testa a destra e sinistra… “Buffo yorkshire” pensa Betha, e si complimenta con se stessa “Ha scelto il nome giusto per il nuovo arrivato!” Tre giorni prima era stata indecisa, aveva già la sua gatta Kobi, prendersi un cane la preoccupava. Lo vedeva impegnativo. Poi aveva ceduto e come sempre aveva dato retta alla sua amica Selma e aveva lasciato che Blues le invadesse casa.

Guarda la sua e-mail… Solo spam… D’altronde sono le due di notte… Accende la tv e inizia a fare zapping… non trova nulla d’interessante. Torna a letto… cambia più volte posizione… E poi decide… Passeggiata! Si veste in fretta ed è subito… St. Mark Pl.

Cammina sul marciapiede, con un’andatura stranamente lenta per lei. In quel venerdì sera, le strade sono silenziose, la gente ha iniziato a uscire dagli ultimi locali, quelli che tirano avanti fino a tarda notte. E’ uscita solo con le chiavi di casa e $20 in tasca… Vuole prendere aria in quel fine luglio afoso, arrivare fino alla bakery aperta tutta la notte, mangiarsi un azuki croissant o una fetta di green tea tiramisu e poi tornarsene a casa.

Sta davanti alla libreria quando una signora la ferma. “Le è caduto questo!” E le mostra una collana con un pendente indiano. piume e ossi. Betha istintivamente lo sfiora con la mano, poi si allontana mentre continua a guardarlo “Non è mio”. La signora dai pantaloni larghi di lino marrone, la maglia nera che le ricade sulle braccia e un foulard in tinta con i pantaloni,ora le sta fissando il collo scoperto dalla maglia a V “E’ più adatto a una ragazza che a una signora… Lo prenda!” Betha è a disagio. Lo afferra solo perchè la signora non ci resti male. Glielo ha offerto in un modo che non lo poteva rifiutare. Ancora qualche passo e arriva alla bakery. Prima di entrare lascia la collana appesa alla ringhiera di una scala esterna, che sale fino a un’abitazione. In quel negozio sono sempre gentili, stanotte le regalano anche due macarons. Uscita di lì e girato l’angolo, vede ondeggiare davanti ai suoi occhi il pendente indiano. Per un attimo crede che sia la sua immaginazione, invece poi mette a fuoco anche la signora che lo tiene in mano.