Zuppa di patate (CAP IV)

Sta rispondendo al messaggio della sua amica su Facebook quando le arriva la richiesta di amicizia di Bran.
Rimane attonita. Poi conferma l’amicizia. E Bran apre la chat.
“Buona la zuppa?”
E questo è il benvenuto?  Pensa Slavy.
“Come mi hai trovato?”
“Ho visto sul citofono, ho appuntato tutti i cognomi… uno doveva essere il tuo…ma cambia foto sul profilo, sei irriconoscibile!”
“E’ corretta con instagram”
“Come siamo tecnologici!”
“Lavoro con i computer”
“Che noia! Io ci gioco con i computer!”
Ecco colpita e affondata. Aveva messo il coltello nella piaga in pochi istanti. Aveva capito chi era. Un’abitudinaria, noiosa, depressa ragazza della 237th St. Non le rimaneva che andare al contrattacco. “Tu ti annoi in cucina, invece!” ecco, bella mossa, Slavy!
“Se tutti i clienti fossero come te sicuramente mi annoierei!”
Scacco matto, hai perso Slavy.
Non sa più che scrivere.. Ma che razza di idiota che sei Slavy… Dovevi proprio metterti a fare la ragazzina saccente?
In quel momento arriva il messaggio di Bran “Non faccio solo il cuoco…”
Slavy rimane in silenzio. Dai salutalo e vattene a letto. Questo ha mille interessi e un lavoro che gli piace… Insomma ha una vita e pure interessante!
Altro messaggio di Bran “Faccio volontariato… Mi occupo dei senza tetto!”
Il macigno finale. E’ impegnato pure sul sociale.
“Domani distribuiamo cappotti e coperte… ti va di venire?”
Ma che appuntamento romantico! Come puoi rifiutare?
“Non lo so… ho un po’ di mal di gola stasera… se mi sento meglio, vengo volentieri” La solita scusa, cosa c’è di più banale del mal di gola? Ti si addice Slavy.
“Ci trovi sulla 236th all’incrocio con Katonah Ave. Ora stacco, ho un impegno. Spero di vederti domani! Ciao!”
“Ciao!” e vede Bran andare off line.
A quel punto si ricorda che anche lei ha un impegno: deve stendere i panni della lavatrice!

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Deadwood (CAP IV)

Mason finalmente si scuote. E’ stato quel secondo tonfo a farlo tornare in “vita”. Si alza raggiunge Josh, Abby, il gruppo… E poi inizia a girare tutto intorno, un buio che gira e lo risbatte a terra, sudato, ansimante, terrorizzato.

Fuori i soccorritori si sono fermati. Quelle rocce sono friabili. Devono puntellare. Sarà una corsa contro il tempo.

Agnes e Abby. Quasi due gemelle. “Alle elementari non mangiavamo il pomodoro” Agnes ha bisogno di parlare e non importa se sono appena venti minuti che conosce Spencer. Le sue parole sono come quelle pietre che devono essere rimosse. “Non li abbiamo mangiati neppure al campeggio… pensavamo che fossero a base di sangue!”  sorride “Adesso non ci piacciono perché spesso sono acidi”
Intanto arriva anche Nolan, non ha resistito al locale. L’ha accompagnato il barista.
“Dobbiamo fare domanda al Presentation College… scienze infermieristiche… c’è il campus club… ci prendiamo una casa lì… ci troviamo un lavoro… abbiamo un sacco da fare quest’anno…”
Spencer l’abbraccia, la crisi di Agnes è arrivata. “Cazzo! Devi uscire di lì… cazzo Abby, esci di lì” lo grida, senza capire neppure quello che accade attorno.
Non sente neppure che c’è stato un tonfo, più forte del precedente.
Sono tutti a terra. Corpi ammucchiati nel buio. Sembrava che il mondo crollasse, invece sono ancora lì, meno spazio prima, meno aria, ma ora sanno che c’è qualcuno li fuori.

Ci vuole concentrazione e capacità, è come un domino… quell’halloween è diventata una notte fredda, cupa, immota… spiccano i camici dei medici, il suv del Dott Gorton, le tute dei pompieri… Ma sembra che non ci sia vita… E’ come un film al rallentatore o almeno questo è quello che sta passando davanti agli occhi di Nolan. E’ come quella notte di sei anni fa… Lui si sveglia nel cuore della notte e sua moglie non c’è… un biglietto… poche righe per sapere che lei lo aveva sempre saputo… Nolan e Grace… la cameriera che per anni aveva servito hai tavoli del suo locale… era stata in silenzio per anni… aveva aspettato che i figli crescessero… e poi era andata via nel silenzio…
Ogni volta che succedeva qualcosa nella vita di Nolan era in silenzio!

Sudore… Nero… Roccia… Josh cercava parole nella sua testa… Non doveva crollare… l’aria c’era… l’aveva appena detto il farmacista… c’è ancora aria, niente panico… non c’era più la forza per il panico… non c’era più forza per respirare.

E poi mancava il nucleo centrale. Il masso più pericoloso da rimuovere… O 1 o 0 come nei computer. O vita o morte. Non sempre esistono le sfumature. Si fermò il mondo… Solo quegli uomini, la gru e il masso…

ARIA.

Aria la sentirono. Era fredda, pungente sul loro sudore. Era vita.

Ormai fuori si guardarono… Erano lì… ed erano tutti… vivi nella notte dei morti!

Deadwood (CAP III)

Mason si è sentito le gambe tremare e poi si è ritrovato a terra. Ancora non riesce a capire cosa sia accaduto… Ha la sensazione di morte addosso… Di terrore…
Qualcosa si muove nel buio… una luce che trema sulle pareti… E’ Abby che cammina… Nel silenzio… Nel panico… In quel cunicolo che è asfissiante…

Spencer, il leader della band sale in auto con Agnes, tornano alla miniera… Nella cittadina la notizia si è diffusa, sono molti a prendere l’auto e correre sul posto.

“Josh…. Josh…” è un sibilo la voce di Abby, ha paura di provocare altri crolli… questo lo sa… a scuola se ne è parlato… hanno fatto delle esercitazioni…
Josh trova la forza di prendere la torcia e di mandarle un messaggio di luce…
Sono pochi passi… Questo continua a risuonare nella testa di Abby… Pochi passi e poi… Inciampa… Si appoggia a una delle pareti, le cade di mano la torcia… cade lei.
Finalmente Josh si muove, va a vedere cosa è successo… dietro di lui, le persone in silenzio.

E’ un grande suv il primo ad arrivare alla miniera… è quello del Dott Gorton… scende con una lampada elettrica e illumina l’ingresso della miniera… SBARRATO!

Abby sta bene, solo un graffio su una mano… Josh l’abbraccia e le sussurra “Che situazione del cazzo!” e inizia a ridere istericamente. Anche lei ride… Poi piange… Poi ride di nuovo.

Mason è ancora dietro la sua roccia… ha sentito dei rumori, dei suoni… degli echi… ma la sua mente è altrove… Lui che gioca con il fratello mentre il padre li saluta ed esce… è l’ultima volta che lo hanno visto… infarto alla guida.

Quando Agnes arriva insieme a Spencer, le auto fuori dalla miniera sono molte… tanti i cellulari che cercano di chiamare… Ma tutto sembra bloccato dalle pietre davanti all’ingresso.

Tra le persone intrappolate nella miniera c’è anche il farmacista. Ed è lui che cerca di allentare la tensione raccontando qualche amenità sulla città… Cerca con le sue storie di distrarre dall’incombente pensiero della morte… E così la sua memoria ritrova i personaggi illustri che vissero in quella città… Al Swearengen, il malvagio proprietario del Gem Theater, dove scorrevano fiumi di alcol, sesso e gioco d’azzardo…
 Il Reverendo Henry Weston Smith che si prendeva cura delle vittime della peste ed officia ai funerali cittadini… La signora Moustache, un’abile giocatrice che soggiornò in città per poi trasferirsi in California e aprire un casinò… Intanto i minuti passano… Una donna sviene… è Abby a ricordarsi di aver portato una bottiglietta d’acqua… la trova al buio tra due rocce… gliela mette in fronte e sui polsi e la signora riprende conoscenza…

I soccorritori sono appena arrivati. Studiano la situazione, parlano con la centrale… Poi iniziano a rimuovere le prime pietre.

Un altro rumore… Silenzio generale…

Il dottore del Royal Free (Cap V)

Ore 13.00 di una domenica agghiacciante.
Mr Frank uscì dalla mini col contenitore pieno di zuppa in mano. Suonò il campanello della casa della madre e si trovò davanti Lennox.
“Volevo farmi perdonare… vi ho portato la zuppa… è di funghi! Ti prego di accettarla”
Lennox la prese e ringrazio, poi aggiunse “Ann sta facendosi il bagno… se vuoi entrare, poi pranziamo insieme”
“Mi fermerei volentieri, ma ho il turno in ospedale… sarà per la prossima volta… Allora… Amici?”
“Certo dottore! Nessun rancore! A presto, Franky”

Ore 15.30 di quella domenica agghiacciante.
Era la quarta autoambulanza che arrivava. Il Dott Hommerson corse pieno di speranza all’ambulanza. Era solo il solito caso di femore rotto. Poi arrivò la quinta, con l’ubriaco di turno… E poi la sesta… poteva essere quella giusta, ma fu una brutta sorpresa per il Dottore. Era un caso di intossicazione. Da fungo gli avevano detto… E lui corse, corse da quella vita umana in pericolo… ma si ghiacciò… sul lettino del pronto soccorso non era arrivato Lennox in fin di vita, ma sua madre. Fece di tutto per salvarla, cercò anche sulla rete gli antidoti per quel fungo velenoso… ma non c’era nulla… o per lo meno – nelle poche ore di agonia della donna –  lui non ebbe il tempo di scoprirlo. Poi sua madre morì.

Ore 11 p.m.  di un 25 dicembre di un anno qualsiasi.
Mr Frank, il Dottor Hommerson si sta chiedendo come sarebbe sedersi a tavola… Un tacchino ripieno, una madre un po’ folle e un patrigno di ventisette anni… Ci pensa e per la prima volta dopo tre anni nella sua cella di isolamento vorrebbe aprire gli occhi e scoprire che si è trattato di un sogno…

… Invece era solo un incubo!

La voce dell’infermiera Cloè del Royale Free  lo riporta alla realtà, mentre gli scuote la spalle  “Dottore si svegli, faccia presto abbiamo un’emergenza!”

Click! Ritratto di Camden

Click! E Posy guarda nel display.

Camden, una domenica mattina e tre ragazzi.

Perché Posy ha scattato in quell’istante? Perché ha scelto proprio quei tre, in quel turbinoso melting pot? Che cosa l’ha colpita?

Per Raven era stata una questione di timbro. Ci aveva pensato un anno, aveva accettato quel lavoro nauseabondo al fish and chips. Tornava nella sua casa di periferia con l’odore di fritto sui vestiti e suoi capelli. Stava per ore sul letto, ogni sera, a sentire il suono che producevano le corde. Aveva immaginato accordi e li aveva fusi insieme fino a farne delle canzoni. Gli bastava fissare il poster davanti alla parete… e le mani già suonavano quello strumento immaginario.

Quando era libero passava il tempo incollato alla vetrina del negozio. Guardava quella creatura. Era la sua musa, come lo era stata per Kurt.

Poi era arrivato quel venerdì di fine maggio. Con la paga in mano, era tornato a casa urlando dalla gioia… Contando e ricontando i soldi che aveva da parte e ricontrollando i prezzi su internet. Si era alzato presto, all’alba di quella domenica. Aveva indossato i jeans preferiti, la maglia vintage, le all star blu e il cappellino Manchester Utd.

Sembrava che anche la metro suonasse per lui, mentre correva nei tunnel.

Era a pochi passi dal suo sogno quando Posy aveva scattato la foto.

Era stata una questione di gusto per Rhonda.

Profumi orientali e fantasia di colori che si fondevano in quei sapori esotici. Un momento catartico per lei. Quello non era solo cibo, era proprio una filosofia di vita. La stessa che lei esprimeva quando si vestiva… Con quella grande sciarpa etnica sui pantaloni di cotone ampi e  il patchwork della borsa che si abbinava, in qualche modo, ai sandali di cuoio.

Quegli abiti che sembravano una cascata di tessuti  ondeggiavano sul suo corpo mentre camminava verso il banco dei cibi indiani.

Negli scaffali della libreria di Rhonda c’è il buio complice delle confidenze tra donne, nel vagone ferroviario della Nair.

Lei aveva passato la notte insonne perdendosi nella Bombay degli anni’70, nella rivoluzione di Armaiti, Laleh, Kavita e Nishta. Si era lasciata invadere dalle loro vite e dalle loro decisioni. Thrity era diventata ormai l’amica che la portava in terre lontane, con cui dimenticava la noia delle lunghe ore al telefono nel tentativo di vendere tariffe scontate.

Era stata indecisa Rhonda quella domenica mattina davanti alla grande lavagna e a  quel menù dalla scelta quasi infinita. Ed era stato in quel momento di riflessione che era stata colpita dal click di Posy. Un attimo prima dell’arrivo della sua amica.

Scelta. Sì, per Rod era stata una scelta. Non era solo una catenina. Sarebbe diventato il simbolo di una persona e di una vita. Si capiva lontano un miglio, che quel ragazzo dell’upper class, che sembrava appena uscito da un ufficio di Fleet Street, stava per regalare una collana alla sua ragazza alta, bionda e con gli occhi azzurri.

Rod aveva avuto una vita “da volo in business”. Ottime scuole, ottima famiglia e ora stava pensando al matrimonio, ai figli, alla carriera.

Forse gli mancava qualche  “volo pindarico” ogni tanto. Questo pensava Posy. Forse quel ragazzo lasciava poco all’immaginazione e sembrava  fuori contesto per Camden. Troppo “inquadrato”, troppo “perfetto”, troppo “borghese”.

Eppure lo sguardo che lanciava sugli oggetti andava “oltre”, sembrava che, malgrado le sue sovrastrutture volesse valutasse l’intima essenza di ogni cosa che prendeva fra le mani.

Il click di Posy arrivò nell’attimo in cui sceglieva una catenina semplice a maglie larghe. Essenziale… e forse un po’ maschile.

Posy e il tuo occhio fotografico! Che in fondo è solo un rifugio pieno di luoghi comuni.

Se in quel momento ci fosse stato un vero fotografo, oltre all’improvvisata Posy, sicuramente avrebbe dedicato almeno un  click proprio a lei, fissando l’attimo in cui si sta sgretolando il suo mondo immaginario. Perchè Raven posa distrattamente la Fender Munstag e  acquista, invece, un disco rarissimo (il più caro dell’intero negozio) con la sua carta di credito.

Perchè Rhonda, mentre Posy la fissa incredula, dice insofferente alla sua amica “Basta, non ci riesco, questa roba mi fa schifo!” e allontana il piatto di verdura indiana da sé, mentre l’amica dice ridendo “Scommessa persa, oggi il cinema lo paghi tu!”

Perchè vicino a Rod arriva un Hells Angel che lo bacia, mentre lui gli mette la collanina al collo e   Posy abbassa lo sguardo quasi per non vedere.

Povera, povera Posy. E’ Camden, sveglia! Non è la tua vita color fragola che si tinge a volte di azzurro cielo. Quello non è un ragazzino povero con un sogno, non c’è nessuna ragazza new age, non c’è nessun principe azzurro. Le tue storie, come in un film americano anni ’50, sono di un’ingenuità appena appena speziata di rabarbaro.

Dai scatta ora! Coraggio, Posy! Scatta!

Invece Posy ripone la macchina fotografica. Si siede al tavolo di un caffè, prende dalla sua borsa un blocco rosa e una penna (quando ti convertirai al portatile?) e inizia a scrivere le storie di Raven, Rhonda e Rod. Come le vede lei, come avvengono nel suo mondo, non come è la vita! Buona fortuna, Posy!

Un faro nel Bronx

Nata come un faro per studenti e professori all’Università del Minnesota, la H. W. Wilson Company, ha da sempre illuminato il mondo dell’editoria.
Informazioni, storie, ricerche che passano per quel fascio di luce e portano conoscenza.
Duke e Dexter s’incontrano al 950 University Avenue, al palazzo con il faro.
Lì parlano di musica, un blocco più giù c’è un’etichetta indipendente. Hanno fatto fare un disco a una del quartiere… Per Dexter una poco di buono. Duke annuisce, ma dentro di sé pensa “è una che ce l’ha fatta!” e come ce l’ha fatta proprio non gl’interessa. A lui che il padre gli ha messo Duke, come Ellington, per il jungle, per il suono esotico che piaceva così tanto ai bianchi da fargli accettare i neri, in quel Cotton Club che aprì i confini di Harlem per irrompere nel mondo con le sonorità afro-americane.
Passeggiano sull’Harlem River, qui è terra dei gruppi hip hop, questa è la terra di Dexter. Lui è un nostalgico dei b-boying,  sa rintracciare le tracce di griot o di dub in ogni pezzo che ascolta. Duke non ne capisce nulla, non sono i suoi ritmi, non è  sua quella cultura. Rimane in silenzio e prova a capirne le ragioni.
Dexter guarda l’orologio e Duke, come ogni volta  dice “Alle 5 il prossimo fottuttissimo venerdì”. Lo ha sentito da Dexter, mentre fissava una punta con una ragazza. Lo fa sentire “al suo posto”, non più un immigrato portoricano. Con la nonna, sulla sedia con le gambe alzate che gli racconta di Torresola e Collazo, di un’indipendenza negata, di un passato di ingiustizie e di emarginazioni. Ma quando esce di casa, sa che può guardare al futuro e sperare di avere una possibilità, proprio come quel faro che sta lì e ti ricorda di accendere la tua curiosità sul mondo.