Christiania (CAP IV)

E’ sera quando tornano a Christiana. Sono fradici, soprattutto nell’animo. Zuppi di informazioni l’una dell’altro. Jette è morta l’anno scorso. All’improvviso… Forse quando ha saputo che la figlia faceva la prostituta. A Freja quel lavoro piaceva, guadagnava bene, non la disturbava. Era lei a dominare la situazione o almeno così diceva. Lasse non poteva sentire quelle parole…  Le donne come sua madre avevano lottato una vita per il femminismo e ora Lasse si ritrovava una cugina che si svendeva?
E poi la musica, il cibo, il cinema non c’era una sola cosa su cui si trovavano d’accordo. Eppure avevano voglia convulsa di confrontarsi su tutto. Ed è mentre stanno varcando il cancello di Christiania che un taxi si ferma li davanti. Maja è tornata.
Lasse la osserva mentre prende i bagagli.
“Aspetta qui” dice a Freja.
Maja ancora non l’ha visto e resta attonita mentre una mano le prende l’ultima valigia. Ma non deve girarsi per chiedersi chi è.
“Grazie, Lasse” dice ancora di spalle, poi si gira e gli sorride e lui sente il caldo, il sole sotto quel diluvio universale.
“Chi è lei?”
“Mia cugina… l’ho conosciuta oggi… adesso te la presento…”
Ma non fa in tempo a finire la frase che Maja è già davanti a Freja “Ciao”
I tre si avviano sotto la pioggia tra bagagli, imbarazzi, valigie, fragilità e spiegazioni.
“Allora ti fermi per un po’?” Chiede Maja a Freja.
“Per un po’ si può fare!” risponde Freja
Altri passi. Altre parole. Ma Lasse non ce la fa a tenersi dentro quella domanda, non può aspettare che lui e Maja siano soli.
“Allora ti fermi?”
“Per un po’ si può fare!’”
E scoppiano a ridere!

Che posto strano è Christiania! Vi piacerebbe viverci?

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Zuppa di patate (CAP IV)

Sta rispondendo al messaggio della sua amica su Facebook quando le arriva la richiesta di amicizia di Bran.
Rimane attonita. Poi conferma l’amicizia. E Bran apre la chat.
“Buona la zuppa?”
E questo è il benvenuto?  Pensa Slavy.
“Come mi hai trovato?”
“Ho visto sul citofono, ho appuntato tutti i cognomi… uno doveva essere il tuo…ma cambia foto sul profilo, sei irriconoscibile!”
“E’ corretta con instagram”
“Come siamo tecnologici!”
“Lavoro con i computer”
“Che noia! Io ci gioco con i computer!”
Ecco colpita e affondata. Aveva messo il coltello nella piaga in pochi istanti. Aveva capito chi era. Un’abitudinaria, noiosa, depressa ragazza della 237th St. Non le rimaneva che andare al contrattacco. “Tu ti annoi in cucina, invece!” ecco, bella mossa, Slavy!
“Se tutti i clienti fossero come te sicuramente mi annoierei!”
Scacco matto, hai perso Slavy.
Non sa più che scrivere.. Ma che razza di idiota che sei Slavy… Dovevi proprio metterti a fare la ragazzina saccente?
In quel momento arriva il messaggio di Bran “Non faccio solo il cuoco…”
Slavy rimane in silenzio. Dai salutalo e vattene a letto. Questo ha mille interessi e un lavoro che gli piace… Insomma ha una vita e pure interessante!
Altro messaggio di Bran “Faccio volontariato… Mi occupo dei senza tetto!”
Il macigno finale. E’ impegnato pure sul sociale.
“Domani distribuiamo cappotti e coperte… ti va di venire?”
Ma che appuntamento romantico! Come puoi rifiutare?
“Non lo so… ho un po’ di mal di gola stasera… se mi sento meglio, vengo volentieri” La solita scusa, cosa c’è di più banale del mal di gola? Ti si addice Slavy.
“Ci trovi sulla 236th all’incrocio con Katonah Ave. Ora stacco, ho un impegno. Spero di vederti domani! Ciao!”
“Ciao!” e vede Bran andare off line.
A quel punto si ricorda che anche lei ha un impegno: deve stendere i panni della lavatrice!

Zuppa di patate (CAP III)

Poi era arrivato venerdì, per fortuna era finita la settimana. Si era dovuta fermare anche un’ora in più, il sistema si era bloccato e aveva perso dati.
Ora stava correndo alla metro, e mentre scendeva l’ultimo gradino vide la linea 2 partire. Addio Red Tomato!
Arrivò al pub alle 9.00 p.m. La videro appena entrare e già le stavano preparavano la zuppa.
“Posso parlare con il cuoco?”
“Perché?”,  chiese l’uomo al bancone “C’era qualcosa che non andava nella zuppa di ieri sera?”
“No, perfetta! Ma volevo parlare con il cuoco”
L’uomo entrò in cucina e poco dopo uscì il cuoco: alto, grosso e cinquantenne.
Slavy era in imbarazzo. Era una di quelle situazioni che detestava.
Con un filo di voce disse “Solo tu cucini?”
E l’uomo rise “no, c’è Bran… è andato via un’ora fa!”
Uscì di lì. La zuppa fra le mani. Fatti pochi passi si accorse di quanto fosse divenuta monotona la sua vita. In fondo la sera prima le era successo qualcosa, ora era ripiombata nella sua più nera quotidianità. Fece la strada pensando che, come ogni venerdì, avrebbe fatto il bagno caldo gettando dentro l’acqua uno di quei saponi frizzanti. Poi avrebbe scaldato la zuppa al microonde e l’avrebbe mangiata davanti alla solita sit-com. Avrebbe risposto a qualche mail e letto qualche pagina del libro sul comodino. Poi sarebbe arrivato sabato.
Sì, era nel pieno della sua crisi esistenziale quando svoltò l’angolo e vide Bran seduto sugli scalini davanti a casa sua.
Ok. Calma. Si impose anche di rallentare il passo.
Ma quanto ci metti a fare quei pochi metri?
Arrivo a pochi passi da lui e si fermò.
Lui sembrava una statua di ghiaccio. Il naso violaceo – o almeno a lei parve così –  su una faccia rosso fuoco. Si alzò stringendosi la giacca dal freddo.
“Allora com’era?” le disse mentre batteva i denti.
“Come quello di mia nonna!”
“Però di nuovo zuppa stasera?”
“Ci sono affezionata!”
Il ragazzo saluta e se ne va.
E Slavy sul portone che pensa “Dai fai come nei film, grida il suo nome, fallo tornare indietro, invitalo a casa…forza dai, chiamalo!” e mentre dice le ultime parole si chiude la porta alle spalle.

La casa sull’acqua (Seattle)

Era steso sull’intreccio del giallo e rosso in una fitta trama di disegni geometrici. Lo aveva comprato in Turchia quel tappeto. E ogni volta che aveva un problema ci si rifugiava e iniziava a vagare con la mente. 1997. Aveva sedici anni e detestava la sua adolescenza. Ripensandoci ora era stata come una successione di lividi sulla pelle, simili alle ammaccature sulla frutta. Era molto più giovane adesso che aveva superato i trent’anni, che allora.
La sua famiglia abitava in un anonimo condominio anni ’70 a nord di Queen Ann, sulla  14th Ave W. Aveva perso il conto di quante volte nelle sue orecchie erano risuonato i versi:

If you wouldn’t mind, I would like it blew
If you wouldn’t mind, I would like it loose
If you wouldn’t care, I would like to leave
If you wouldn’t mind, I would like to breathe

mentre attraversava, tornando da scuola, i corridoi di  quell’enorme scatola grigia che era la sua casa.
Cosa diavolo stava cercando di dirsi in quel pomeriggio piovoso sdraiato sul tappeto? Sentiva le gocce rimbalzare sul tetto  della casa e cadere nell’acqua, mentre lui rimaneva sdraiato al centro della stanza, con le braccia incrociate dietro la testa e gli occhi chiusi.

You Can’t Stutter When You’re Talking With Your Eyes
By Cutting Out Your Tongue You Save Face
Feeding On The Blood Lets Running From A Big Day
Cry On Black Rain, Cry On Black Rain,
Cry On Black Rain.”

Diciotto anni e la Turchia, nell’agosto del ’99. Con Jeff,  Sam e le spiagge di Marmaris.
E l’incontro con  Kamile che gli rubò il ritmo della malinconia e lo catapultò in un’ossessione di note elettroniche della “disco”, sulla spiaggia.

All I really want is one more day
to make you change your mind and want to stay
All you have to do is call my name
and I’ll come back again

Quella sera spazzò via gli anni delle chitarre dalle corde autolesioniste e dell’ ”urlo” sofferto, stonato, incontrollato. Era il malessere dell’adolescenza che lo stava abbandonando.
Certo non era la Summer of Love… Era solo l’ultima estate di un millennio… Erano le vacanze prima del College… Era Kamile e la sua strafottente e contagiosa voglia di vita… Come una memoria tattile si ricordò come le sue mani la mattina del giorno dopo erano scivolate sulla pelle ambrata di lei… Rimanendo a occhi chiusi sorride. In quel buio volontario riassapora l’energia che lo aveva violentato, fino a trasformarlo in uno zingaro, invaso dall’odore delle spezie, dal colore dei tessuti e dal profumo del kalumet. Il grigio del suo grunge era stato annientato.
Una rivoluzione personale dove aveva perso ogni disillusione sulla vita e iniziato a fare progetti. La sua fragilità a poco a poco era diventata forza.
Kamile così imprevedibile e non convenzionale, con il suo ritorno al “primitivo”, gli spalancò le porte della percezione, al pari di una droga.
“Let’s go!”, “Come on!”, “Hurry up!” erano le uniche frasi inglesi che Kamile sapeva, per il resto c’era la sorpresa!
L’hammam e la mano di Kamile che lasciava la sua… Ancora si ricorda uomini a destra e donne a sinistra… e il gigante che gli aveva fatto il massaggio… Quando era uscito l’incrocio delle mani sue e di Kamile gli era sembrato diverso, mentre correvano per raggiungere il ristorante sul mare e non perdersi il tramonto… Il barcone di quella notte e lei che parlava in quella lingua incomprensibile, poi lei aveva spalancato le braccia… Voleva fare come nel film… Lui aveva visto i suoi amici rotolarsi dal ridere… Ma il vento gli arrivò prepotentemente alle orecchie e zittì quelle risa sguaiate… Si sentì Jack e mandò al diavolo i suoi amici!
Con Kamile poi c’era stato il Bedesten, il tè alla mela e il giallo e il rosso del tappeto sul muro del negozio… quello su cui ora era sdraiato.
Aprì gli occhi, si alzò, andò alla porta finestra e uscì sulla terrazza della sua floating house. Osservò il Lake Union, mentre la pioggia cadeva e il “buco nell’acqua” che faceva ogni goccia…. Erano come Kamile… Penetravano a fondo. Ora vedeva il Gas Work  dalla parte opposta del lago mentre il vicino ritirava in fretta i panni stesi e la ragazza, qualche casa più in là, usciva in un’enorme sciarpa di lana grigia, per chiudere l’ombrellone. Era stato proprio sotto un ombrellone che lui e Kamile si erano salutati. Lo aveva fatto con la convinzione che sarebbe tornato  alla fine dell’anno. Voleva che il suo nuovo millennio iniziasse lì. Ma poi… Niente.  Era rimasto a Seattle, a bere in un locale con Jeff e Sam. Aveva sperato di andare lì almeno per l’estate, ma il padre aveva insistito per un summer course… Poi il ricordo di Kamile era svanito e lui era entrato in tutti quei grigi e quei bianchi appannati…  In quelle acque gelide dello stato di Washington.
Era ormai fradicio quando sentì aprire la porta di casa… Karen si fermò a pochi passi da lui…
“Perché sotto la pioggia?” e lo fissò in silenzio… Lui le corse incontro, le prese la mano trascinandola fuori… Si senti di nuovo il diciottenne di allora, mentre ripeteva il gesto del Titanic.
“Sei impazzito?” esclamò lei.
“Shhhh!” ordinò lui.
“Devo dirti una cosa…”
“Shhhh!”
“E’ importante…”
“Shhhh!”
“Sono incinta!”
E fu allora che bruscamente ritornò al presente e non gli restò che sperare che almeno quel figlio scegliesse una Kamile.

Filbert St.

Abito qui da quando sono nato. Mi piace il verde. Mi piace perché fa ombra, quando le giornate sono assolate. Mi piace perché ripara dalla pioggia. Mi piace anche in mezzo alla nebbia. Questo è il mio “habitat”, Filbert Street.  Lì in quella casa bianca con la palma davanti ci abita la famiglia Worth. Lui è avvocato, lei una giornalista di cronaca rosa. Vanno sempre di corsa, così di corsa che non hanno il tempo neppure di parlare. Anche la sera si dividono mentre lei va di corsa sulla cyclette  davanti alla televisione a veder noiossissimi film romantici e lui come un forsennato, batte  di corsa i tasti  sul computer. L’altro giorno poi hanno discusso, credo per avere un figlio, ma andavano troppo di corsa per concludere la discussione. Loro è inutile salutarli quando escono di casa, corrono troppo sulle scale di Filbert. Puoi gridare a squarciagola, non ti sentiranno mai. Invece nella casa rossa, sì quella rossa con i gerani (rossi naturalmente) alla finestra, ci abita un certo Gib un tipo strano. Dipinge sempre. Prende le tele e si mette a dipingere qui sugli anfratti delle scale. Dipinge, alberi, foglie, fiori e un paio di volte ha dipinto anche me.
Ecco lui se lo saluti ti dipinge, ma non contraccambia. Poi nel palazzo decò, quello bianco con Colombo che scruta l’orizzonte e Bogart alla finestra ci sono tante famiglie simpatiche. I Glanville che hanno due bambini, che tirano aeroplanini di carta dalla finestra della loro camera. Provano a colpirmi… Illusi! Ci sono i Coleman, sempre indecisi su tutto, dal colore delle pareti alla marca di cereali. Se li saluto loro rispondono, ma restano indecisi se dirmi buongiorno o buonasera. I miei preferiti sono i Pansy, Lydia e Charles. Avevano un negozio di fiori giù all’Embarcadero, ora sono in pensione. Ecco, loro sono i miei preferiti. Ci portano sempre la merenda… a me e ai miei fratelli. A noi i semi piacciono tantissimo e prendono sapore con le bacche rosse che troviamo sui cespugli. Loro li puoi salutare dalla mattina alla sera e ti risponderanno sempre. Sicuramente tra poco arrivano… io li aspetto qui, su questo cespuglio ai margini della strada, così ho la certezza di essere il primo a prendere il posto d’onore… atterro sempre sulla testa della signora Pansy. E lei mi passa sempre più semi rispetto agli altri che si devono azzuffare sulle mani del povero Charles.
Ecco stanno uscendo, che vi dicevo? Sono pronto per la merenda…
Ma oggi lei è sola? E non ha neppure i semi… Va verso la panchina… non viene al cespuglio?
Chiudo gli occhi. Pausa.
Ho le ali pesanti per arrivare alla panchina, ho paura di vedere il suo sguardo, di sapere quello che già immagino. Poi lo trovo il coraggio, mi stacco dal ramo lasciando i miei fratelli a ingozzarsi di bacche e volo da lei.
“Ciao Green!” poi fa una pausa.  “Charles non c’è… Va così… Una vita passata insieme… L’età… Gli acciacchi… E poi un bel giorno ti svegli e sei sola!”
Io piego un po’ il collo, vorrei avere un’espressione facciale, ma a noi pappagalli non l’hanno data, però so che lei capisce lo stesso.
“Sei affamato vero?”
E’ la prima volta in vita mia che non ho fame.
“Aspetta qui, vado a prenderti i semi…”
Se sapessi formulare una frase invece di singole parole sconclusionate, direi “Lascia stare i semi e invece parlami di voi, di voi due insieme… Che io prima o poi dovrò formare la mia coppia e vorrei che avessimo lo stesso sguardo sul mondo”. Ecco questo direi, ma io non lo so dire. Così la osservo che rientra in casa ed esce poco dopo con i semi.
Non so se volarle in testa finché lei non fa il gesto di mettersi il seme sui capelli.
Così il rituale ha inizio come tutti i giorni. E’ un modo di ricordarlo per noi, di sentire che comunque Charles è qui. Lei si avvia verso il cespuglio con me in testa che mangio i semi. Appena la vedono i miei fratelli volano sulle sue mani come facevano con quelle di Charles. Vedo che sorride, che le fa bene il gesto che sta facendo… poi mi volto verso la fine della strada e capisco perché sorride… Anche se non realizzo all’instante… Poi metto a fuoco e vedo Charles.
Lui si avvicina e ha in mano un sacchetto di semi, continuano a tenere i loro sguardi calamitati l’una nell’altro. Poi man mano che la distanza si riduce, lo sguardo di Charles si abbassa. Quando arriva accanto al cespuglio ha lo sguardo a terra.
“Sono…”
“Lo siamo tutti e due!” risponde Lydia.
“E’ che mi sento vulnerabile… ogni giorno di più… E’ quella paura di sentirsi gli anni addosso… Ho pensato che un giorno ti saresti svegliata e mi avresti visto come un peso… E non volevo distruggere i ricordi di una vita con questa immagine… L’unica soluzione era  andarmene via…”
“Shhhhh! Che sentono queste baggianate!”
Un sorriso incredulo affiora sulle labbra di Charles “Ma chi?  I pappagallini?”
“Sì, loro! Green è intelligentissimo!”
Sì, lo so, io lo sono davvero. Ma sono anche felice di sentire la risata fragorosa di Charles che si fonde con quella più maliziosa di Lydia. Ecco loro sono una vera coppia di pappagallini!

Brompton Cemetery

Susie stamattina apre la mail, come sempre la trova vuota. Non ce la fa più ad attendere.
Joy è arrivato a Londra da Liverpool, oggi è il giorno che aspetta da 20 anni.
Susie si sta infilando la tuta da ginnastica. Il desiderio di oggi è: “Smettere di soffrire!”
“Per la città, c’è tempo” si dice Joy mentre prende un taxi, appena fuori dalla stazione. “Brompton Cemetery, per favore” e si adagia sul sedile  con lo sguardo che vaga nel paesaggio distorto, dalla velocità del cab e dalla pioggia che inizia a cadere.
Susie ora ha trovato un posto libero sul 211 e si accorge dell’acqua che ha preso. Vede la sua felpa bagnata e sente i capelli umidi. Guarda fuori dal finestrino e  si ripete “Sì, è proprio il giorno giusto!”
La terra emana una vibrazione
là nel tuo cuore, e quello sei tu.
 E se la gente scopre che sai suonare, suonare ti tocca per tutta la vita!
Sapeva fin troppo bene Joy perché il violinista Jones gli martellava in testa mentre il taxi si avvicina al cimitero.
“Tenga pure il resto” e oltrepassa veloce l’entrata lasciandosi alle spalle l’enorme scritta sopra il   portico “Erected – West of London and Westminster Cemetery – 1839”.
Emmeline Pankhurst” era questa la tomba che cercava Susie per il suo gesto eclatante… L’unico della sua vita… Perché lei della sua esistenza, che altro avrebbe potuto raccontare se non una morte mediatica davanti alla tomba di una donna che segnò la storia inglese.
Questo pensava Susie, mentre varcava il cancello del Brompton Cemetery.
Joy, intanto, dalla tasca anteriore dei jeans aveva tirato fuori la mappa scaricata da internet, ma qualcosa non funzionava… Era sul viale sbagliato… Lì, Kit Lambert non l’avrebbe trovato!
Susie è ferma a fissare una giovane ragazza appoggiata alla croce, a scoprirne i tratti del volto, a chiedersi chi era e perché fosse morta. Forse a lei sarebbe piaciuto continuare a vivere, ma questo pensiero non la distoglie dalle sue intenzioni. Però l’aveva attratta quella figura femminile ammantata, quel corpo reclinato e quella croce che aveva perso ogni significato religioso ed era ormai solo un sostegno a cui la ragazza si appoggiava.
Di fronte a una tomba con la croce celtica, Joe non riesce più a trovare la direzione. Un labirinto di nomi, di date, di luoghi, come una matrice di vita e di morte che si allarga a vista d’occhio.
La pioggia ormai è scrosciante, penetra il cotone, il poliestere della felpa e il freddo corpo di Susie. Lei si accorge d’improvviso che riesce a percepire una sensazione. E’ da tempo che non sente i brividi… La sua vita è ormai in un  terrore paralizzante.
Aumenta la pioggia e il foglio di carta in mano di Joe è ormai sbiadito e annacquato… Impossibile sperare che possa ancora condurlo alla tomba di Lambert. Inizia a fischiare un motivo della sua ultima composizione e si avvia senza riferimenti… Vuole prenderla con filosofia… Ha atteso 20 anni, per presentarsi al manager degli Who… Non sarà un problema attendere altri 20 minuti… Immagina di trovarsi in sala di attesa e di camminare nervosamente avanti e indietro invece che tra i viali alberati di un cimitero, sotto un diluvio universale.
La tomba dovrebbe essere a una delle estremità del cimitero… Ma quale?  La nonna di Susie girava per le tombe con un orientamento perfetto, andava da quella del preraffaellita Charles Collins a Fanny Brawne, la fidanzata di Keats… Alla nonna piaceva raccontarle la vita dei grandi personaggi…   Soprattutto la storia di Emmeline, che riuscì a portare le donne a votare…
Bisognava scegliere o destra o sinistra… Joe lo sa, ma non decide… Finché non vede la statua di un angelo in volo e allora va in quella direzione.
Susie ha ormai lo sguardo appannato, da quella pioggia salata dalle sue lacrime. Si ricorda quei viali ombreggiati il venerdì pomeriggio e quelle favole di vite reali che prendevano forma. S’immaginava quegli uomini e quelle donne dell’800, in un’era per lei incomprensibile, dove il tempo aveva una valenza diversa, perchè il lavoro non si perdeva via sms, perchè non ci si mollava via skype, non ci si tradiva via messanger, non si attendeva invano per mesi una mail che non sarebbe arrivata.
Sta correndo Joe, ormai corre per quei viali come un forsennato… continua a dirsi “non è qui, non è qui, non è qui… Dove diavolo sarà mai la tomba di Kit Lambert?”
All’improvviso lei si sente travolta e istintivamente porta le mani alla pancia… A protezione… E subito quel gesto la sveglia dal torpore, dal passato che l’aveva accolta e la riporta al presente. E’ di nuovo Susie, la ex impiegata della Walter Co., la ex fidanzata di John D., la ex allieva di yoga, la ex paziente del dottor Fays, la futura suicida sulla tomba di Emmeline Pankhust… Se mai l’avesse trovata! Eppure con tutta la sua voglia di morte aveva avuto un istinto protettivo verso la vita. Verso quel figlio “del momento peggiore”.
Joe è scivoltato a terra, nel tentativo di evitare la ragazza… l’aveva vista all’ultimo momento…  Era troppo concentrato a cercare un morto per vedere la vita che aveva davanti!
“Scusi!” e la voce di Joe plana in quel rumore di pioggia nelle orecchie di Susie.
Lei non dice nulla, fa solo un passo per allontanarsi…
“Tutto ok?” chiede Joe preoccupato.
Lei seguita a tremare di freddo… Un gelo interiore che la sta dilaniando… Ha solo voglia di sottrarsi allo sguardo dello sconosciuto… Voglia della sua tomba per sentirsi libera.
Joe si alza e quando è davanti a lei realizza che la ragazza sta singhiozzando nel cappuccio fradicio della felpa, dentro quei pantaloni larghi bagnati dalla pioggia fino al ginocchio, con quelle scarpe da ginnastica infangate… una bimba spaesata che si è appena persa… terrorizzata, annichilita dal dolore… Non che il luogo sia dei più allegri, ma quella disperazione Joe non l’ha mai vista… e sì che lui non è un fortunato… Era morto anche l’unico uomo capace di apprezzare la sua musica e lui si era fatto il viaggio da Liverpool per potergliela comunque far ascoltare…
C’è troppo silenzio e quell’uomo la sta fissando… Cerca un modo di andar via prima possibile, perché vuole trovare Emmeline prima che i rimpianti e i rimorsi diventino più forti della sua volontà di farla finita… Prima che le emozioni la possano far sentir viva… Eppure continua a fissava quell’uomo, fradicio sotto la pioggia che si interessa a lei… Prova come un senso di piacere in questo…
“Come si sente? Sta bene?” ormai Joe ha preso a ripeterlo senza potersi fermare.
“Sì, sto bene… tanto da voter morire!”
Prima dice la frase, poi si rende conto del suo significato e scoppia a ridere. E’ un riso catartico…
Joe lo sente… La ragazza non sta scherzando. C’è la stessa fragilità che lui conosce bene, che assapora ogni giorno. Quella precarietà del vivere che ti lacera dentro, che ti porta a centinaia di km lontano da casa per trovare un uomo morto e cercare da lui un sostegno per poter credere ancora nella tua musica. Nelle tue capacità.
E fu allora che le dice “Perfetto!”
“Perfetto se muoio?”
“Sì, io sto cercando un morto!”
Questa volta ridono in due… La pioggia continuava a bagnarli… E mentre sentono quel gelo esterno cominciano, ognuno a suo modo, a scaldarsi dentro. Tutti e due guardarono fuori di sé e i loro sguardi si incrociarono… Non sono più due estranei, ma due persone a un appuntamento… E adesso non più con la morte, ma con la vita.
Passeggiano tra le tombe, si raccontano, si capiscono… trovano la tomba di Kit Lambert… Ma Joe intanto si è dimenticato il refrain della sua composizione… e “l’audizione” è piuttosto deludente… poi trovano la tomba di Emmeline, ma Susie ha ormai solo voglia di ringraziarla, non più di “usarla” per il suo gesto clamoroso… E loro due si ritrovano così nei viali… A scambiarsi delusioni e illusioni…
“Perché vuoi fare il musicista?”
“Non so fare altro, ma anche questo non mi riesce molto bene!” risponde Joe. Poi l’istinto ha la meglio sul riserbo e così le domanda “Perché volevi suicidarti?”
“Perché ho una vita di troppo dentro di me, senza averne una per me!”
Joe la guarda stupito.
“Sono incinta, disoccupata ed ex… il mio ragazzo da due mesi non lo sento…gli ho detto del figlio e neppure una mail… e io non so neppure come chiamarlo questo bambino…”
“Che ne pensi di Tommy?”