Zuppa di patate (CAP VI)

Bran la guardò e trattenne un sorriso a stento. Ma si limitò a dire “Andiamo!”
Niente taxi? E con i tacchi? Slavy non era abituata ai tacchi non sarebbe arrivata neppure due blocchi più giù. Infatti a metà percorso sentì le prime vesciche, strinse i denti e andò avanti… continuò a camminare al fianco di Bran come se nulla fosse. E quando ormai pensava di svenire dal dolore arrivarono a Emerald Isle. Da fuori c’era un vociare allegro.
Entrarono. Vi erano tavoloni lunghi dove mangiavano senzatetto e barboni della zona.
“E’ la cena trimestrale… Andiamo al tavolo laggiù…”
Seduta in mezzo ai barboni in abito nero… perfetto Slavy avrai qualcosa da raccontare ai tuoi nipoti… no, di questo passo lo racconterai a te stessa!
“C’è la zuppa… quella ero sicuro che l’avresti mangiata!” esclama Bran mentre vengono portate due ciotole fumanti.
E poi la signora Fanny, una donnona seduta di fronte a loro inizia a parlare delle sue gambe e dell’assicurazione sanitaria… che non si può permettere, ma lo fa in modo divertente… il suo vano peregrinare in cerca di una struttura che la operi gratis diventa un romanzo d’avventura… e appena finisce lei attacca il signor Ronald… la banca gli ha portato via la casa e l’auto… si è trovato senza nulla in poco tempo… però apre il portafoglio e mostra orgoglioso la foto di sua moglie… ecco il ricordo di lei, quello nessuno glielo potrà mai levare. E per ultimo c’è Manuel, lui è appena uscito dal carcere e ha cercato lavoro, ma non c’è… così fa volontariato, almeno mangia e si tiene lontano dai guai… ha una “famiglia” che lo fa rigar dritto…e per la prima volta in vita sua si sente utile.
Sono le 23 quando Slavy ritorna a casa, con le scarpe in mano e una consapevolezza diversa. Guarda Bran negli occhi e gli dice “Grazie!”
Bran sorride perché sa che quel grazie non è una parola qualsiasi. Sa che Slavy ha infranto dei muri per entrare nel suo mondo, per non scappare di fronte alla miseria, per non rifiutare la realtà. E ora è sicuro che accetterà anche lui, senza riserve, senza barriere.
“Ci vediamo domani, Bran!”
“Certo, andiamo al cinema?”
Slavy è stupita… va anche lui al cinema… chissà se è un cinema senzatetto!
Poi sorride, si salutano  e torna a casa. Prima di addormentarsi pensa che non ci sarà mai nessun motore di ricerca che possa esprimere le emozioni, nessun computer capace di dare  risposte alla parola crisi e instagram non sarà mai capace di aggiungere alcun effetto alla  realtà! Buonanotte!

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Zuppa di patate (CAP V)

Il sabato mattina, era uno di quelli gelidi, come possono esserci solo a New York. No, non se ne parlava di uscire di casa. Preparò la colazione con calma. Uova, succo d’arancia, pane tostato. Un bel sabato mattina… Accese la televisione per vedere il tg… Continuavano a parlare della crisi economica. E ricominciò a interrogarsi… era in bancarotta con la vita… era anche lei una “Lehman Brothers”.
Fu lì che capì. Il significato di crisi è giudicare e giudicare è scegliere. Corse fino alla 236th… Stavano andando via. Bran stava a parlare con un senzatetto.  Scherzavano e l’uomo rideva. Pensò “Il senzatetto ride? Come è possibile!” Guardò meglio. Sì, rideva. Anche un poveraccio era più felice di lei. Bran lo salutò con una pacca sulla spalla, poi si girò verso gli amici che stavano riponendo le ultime cose. E i suoi occhi incrociarono quelli di Slavy. La salutò da lontano.
Non faceva poi così freddo pensò Slavy.
Bran riaccompagnò a casa Slavy. Parlarono di cucina irlandese, di birra e del giorno di San Patrizio. Forza Slavy invitalo a cena… dai!
“Pensavo… se ti va… Potremmo andare a cena stasera”  e sentì la sua voce perdersi nella nuvoletta di freddo.
Lui non rispose subito… Ci stava pensando… Poi esclamò “Sì, ti passo a prendere stasera alle 7.00”
Slavy si dimenticò di prendere l’ascensore, si catapultò in doccia, si arricciò i capelli e passò tre ore nell’armadio a scegliere un vestito. Un abitino nero, corto con le calze pesanti e le scarpe con il tacco.
Bran suonò il citofono. Slavy si spruzzo ancora un po’ di profumo prima di scendere e poi arrivò al portone già con il cellulare in mano pronta a chiamare un taxi.
Bran l’aspettava in jeans, scarpe da ginnastica e giaccone imbottito, guanti, sciarpa e cappello di lana.
E lei si intirizzì ancor prima di sentire la temperatura esterna.
Che diavolo le era saltato in testa? Mettersi un vestito elegante? Magari lui voleva solo andare in pizzeria… Hai perso di nuovo Slavy. Poi si fece coraggio – tutto quello che aveva – ormai era fatta, non poteva tornare su a cambiarsi, aveva scelto quel vestito e ci si sarebbe sentita a suo agio.

Zuppa di patate (CAP III)

Poi era arrivato venerdì, per fortuna era finita la settimana. Si era dovuta fermare anche un’ora in più, il sistema si era bloccato e aveva perso dati.
Ora stava correndo alla metro, e mentre scendeva l’ultimo gradino vide la linea 2 partire. Addio Red Tomato!
Arrivò al pub alle 9.00 p.m. La videro appena entrare e già le stavano preparavano la zuppa.
“Posso parlare con il cuoco?”
“Perché?”,  chiese l’uomo al bancone “C’era qualcosa che non andava nella zuppa di ieri sera?”
“No, perfetta! Ma volevo parlare con il cuoco”
L’uomo entrò in cucina e poco dopo uscì il cuoco: alto, grosso e cinquantenne.
Slavy era in imbarazzo. Era una di quelle situazioni che detestava.
Con un filo di voce disse “Solo tu cucini?”
E l’uomo rise “no, c’è Bran… è andato via un’ora fa!”
Uscì di lì. La zuppa fra le mani. Fatti pochi passi si accorse di quanto fosse divenuta monotona la sua vita. In fondo la sera prima le era successo qualcosa, ora era ripiombata nella sua più nera quotidianità. Fece la strada pensando che, come ogni venerdì, avrebbe fatto il bagno caldo gettando dentro l’acqua uno di quei saponi frizzanti. Poi avrebbe scaldato la zuppa al microonde e l’avrebbe mangiata davanti alla solita sit-com. Avrebbe risposto a qualche mail e letto qualche pagina del libro sul comodino. Poi sarebbe arrivato sabato.
Sì, era nel pieno della sua crisi esistenziale quando svoltò l’angolo e vide Bran seduto sugli scalini davanti a casa sua.
Ok. Calma. Si impose anche di rallentare il passo.
Ma quanto ci metti a fare quei pochi metri?
Arrivo a pochi passi da lui e si fermò.
Lui sembrava una statua di ghiaccio. Il naso violaceo – o almeno a lei parve così –  su una faccia rosso fuoco. Si alzò stringendosi la giacca dal freddo.
“Allora com’era?” le disse mentre batteva i denti.
“Come quello di mia nonna!”
“Però di nuovo zuppa stasera?”
“Ci sono affezionata!”
Il ragazzo saluta e se ne va.
E Slavy sul portone che pensa “Dai fai come nei film, grida il suo nome, fallo tornare indietro, invitalo a casa…forza dai, chiamalo!” e mentre dice le ultime parole si chiude la porta alle spalle.

Zuppa di patate (CAP II)

Si sarebbe messa a correre… Ma sicuramente chi la stava inseguendo sapeva farlo meglio di lei… forse sarebbe stato meglio cambiare strada… ma avrebbe regalato solo tempo al suo inseguitore… forse doveva prendere il cellulare nella borsa e far finta di chiamare qualcuno… ma chissà dove s’era infilato nella borsa a sacco… cercarlo le avrebbe fatto perdere terreno… la cosa migliore era arrivare alla Kepler con un passo veloce e poi serrare il portone dietro di lei.
Fece la strada cercando di non pensarci, anche se quei passi diventavano sempre più  ossessivi.
Finalmente Kepler, finalmente svoltò e volò su quell’ultimo tratto di strada.  Stava per scendere gli scalini davanti alla sua abitazione, quando sentì la voce:
“Perché zuppa di patate?”
Slavy si fermerò. Difficile che fosse un delinquente, nessuno parla di cibo se vuole aggredirti… Però aveva comunque voglia di girarsi di scatto e buttargli addosso la zuppa che aveva in mano…
“Perché la zuppa?”
Non valeva neppure la pena di arrabbiarsi. “I soliti ragazzini idioti del quartiere che si divertono a fare scherzi”, pensò. Scese gli scalini e andò verso il portone.
“Perchè non prendi mai altro?”
L’insistenza, a volte, finisce per diventare invadenza. Stava finendo di aprire il portone quando si accorse che non era lei a tenerne il peso. Ebbe un sussulto. Averlo a pochi centimetri da lei l’aveva terrorizzata.
“Prova questo!”
A quel punto Slavy si voltò. La prima cosa che la colpì fu quella sciarpa verde con il trifoglio. Poi mise a fuoco quel viso lentigginoso dagli occhi chiari e i capelli rossi. Poi il ragazzo offrì a Slavy il contenitore che aveva in mano  e aggiunse:
“Colcannon…patate, cavolo e…”
“Rapa”
“Lo conosci?”
“Lo faceva mia nonna!”
“Sei irlandese?”
“Mio padre ha origini tedesche, mia madre irlandese… e io sono… americana!”
Il ragazzo sorride poi le offre di nuovo il contenitore.
“Ma non hai mai provato il mio!”
“Ok!” afferra di scatto il contenitore e quasi le cade la zuppa che ha in mano.
“Domani mi dici se ti è piaciuto”
“E dove ti trovo?”
“Al pub, dove ti fermi sempre…Non mi riconosci?  Faccio il cuoco lì, di sera!”
Slavy ora non ha più freddo… Non è più di corsa… Non sente più la fatica della giornata.
“Dai, corri a casa prima che si freddi!” poi il ragazzo si gira e se ne va.

Zuppa di patate (CAP I)

Crisi. Economica, sentimentale, etica. Crisi di mezza età, adolescenziale, d’identità. Crisi d’ansia. Crisi d’astinenza. Quel giorno Slavy si era occupata di ogni tipo di crisi. Alla fine era entrata in crisi lei. Erano due anni che stava lavorando a un motore di ricerca, capace di fare correlazioni verbali e quindi dare risposte “intelligenti”. L’entusiasmo per la ricerca era ben presto svanito lasciando il passo alla routine. Il mondo parlava di crisi, era una delle parole più cliccate…
Un rapido bilancio sulla sua vita? Complessivamente noia. La sua amica si era trasferita a Philadelphia proprio mentre lei si lasciava con Paul, dopo una delle solite futili litigate su dove passare il sabato sera. In realtà il loro rapporto era ormai logoro da un anno. Non erano stati capaci di costruire nulla solo di insultarsi… Era stata quasi una liberazione quando avevano definitivamente chiuso.
Stava tornando a casa, in un appartamento di quella scatola di mattoni rossi all’incrocio tra la East 237th St. e Kepler Ave… Aveva comprato la zuppa di patate, solo a Woodlawn potevi trovare quella tipica irlandese… e solo al pub di Jack la trovavi sempre calda. Lei andava diretta al banco, chiedeva la sua zuppa a portar via e pagava distrattamente. Era una sosta quasi quotidiana e non ci  perdeva tempo. Non guardava mai se c’era qualcosa di più appetitoso.
Per lei andava bene la zuppa, quella stessa del contenitore di cartone che ora le stava scaldando le mani. Era una sera fredda. Accelerò il passo… Aveva solo voglia di arrivare a casa prima possibile. E fu allora che realizzò… Provava disagio e non capiva perché. Era tutto tranquillo intorno a lei, troppo tranquillo… All’improvviso sentì quegli occhi dietro di lei… Occhi puntati su di lei.

L’acquario (Bronx)

La chiamano “Champs-Élysées of the Bronx” e al 1150, se guardi bene, trovi anche “l’Acquario”. Dalla sua finestra con gli angoli smussati del Fish Building, Jameela sta osservando la strada, poi si volta. Sua madre sta prendendo le chiavi di casa, poi afferra il carrello della spesa e si ferma di nuovo davanti allo specchio dell’ingresso, per cacciare indietro gli ultimi capelli che escono dal velo. Jameela sa che fra un anno dovrà fare lo stesso gesto della madre perché anche lei si nasconderà i capelli. Per tutta la vita. Il padre dice che lei è unica, ma lei si sente solo diversa. In casa parlano arabo, inglese fuori. Celebrano la “Festa del Sacrificio” che è proprio vicina al “Giorno del Ringraziamento”. Sono due feste per  la riunione e la condivisione. Loro offrono cibi speziati ai vicini di casa e  ricevono in cambio il tacchino. Poi passate le feste, le divisioni tornano. Il padre vuole che Jameela aiuti la madre in casa, lui invece esce con il figlio. Niente parco, niente giochi, lei ormai è grande e sta per indossare il velo. Jameela ha diecimila domande, vorrebbe capire prima di rispettare le regole. E si chiede ma i pesci avranno le regole? Perché a lei piacerebbe fare la stessa vita dei pesci, quelli disegnati sul suo palazzo, quel mosaico “strano” in facciata. Quante volte li ha disegnati ? Quanto ha immaginato che quel pesce pagliaccio potesse essere lei, lei che nuota e non obbedisce alle interpretazioni religiose degli uomini, fatte per umiliare le donne. Andare nel mare profondo, avere una coda e una chioma di capelli da mostrare, liberi di ondeggiare nella corrente. Quel disegno è da sempre il suo mondo ideale, quell’acquario in cui si rifugia per trovare la forza di abbassare la testa.

Un faro nel Bronx

Nata come un faro per studenti e professori all’Università del Minnesota, la H. W. Wilson Company, ha da sempre illuminato il mondo dell’editoria.
Informazioni, storie, ricerche che passano per quel fascio di luce e portano conoscenza.
Duke e Dexter s’incontrano al 950 University Avenue, al palazzo con il faro.
Lì parlano di musica, un blocco più giù c’è un’etichetta indipendente. Hanno fatto fare un disco a una del quartiere… Per Dexter una poco di buono. Duke annuisce, ma dentro di sé pensa “è una che ce l’ha fatta!” e come ce l’ha fatta proprio non gl’interessa. A lui che il padre gli ha messo Duke, come Ellington, per il jungle, per il suono esotico che piaceva così tanto ai bianchi da fargli accettare i neri, in quel Cotton Club che aprì i confini di Harlem per irrompere nel mondo con le sonorità afro-americane.
Passeggiano sull’Harlem River, qui è terra dei gruppi hip hop, questa è la terra di Dexter. Lui è un nostalgico dei b-boying,  sa rintracciare le tracce di griot o di dub in ogni pezzo che ascolta. Duke non ne capisce nulla, non sono i suoi ritmi, non è  sua quella cultura. Rimane in silenzio e prova a capirne le ragioni.
Dexter guarda l’orologio e Duke, come ogni volta  dice “Alle 5 il prossimo fottuttissimo venerdì”. Lo ha sentito da Dexter, mentre fissava una punta con una ragazza. Lo fa sentire “al suo posto”, non più un immigrato portoricano. Con la nonna, sulla sedia con le gambe alzate che gli racconta di Torresola e Collazo, di un’indipendenza negata, di un passato di ingiustizie e di emarginazioni. Ma quando esce di casa, sa che può guardare al futuro e sperare di avere una possibilità, proprio come quel faro che sta lì e ti ricorda di accendere la tua curiosità sul mondo.