Christiania (CAP IV)

E’ sera quando tornano a Christiana. Sono fradici, soprattutto nell’animo. Zuppi di informazioni l’una dell’altro. Jette è morta l’anno scorso. All’improvviso… Forse quando ha saputo che la figlia faceva la prostituta. A Freja quel lavoro piaceva, guadagnava bene, non la disturbava. Era lei a dominare la situazione o almeno così diceva. Lasse non poteva sentire quelle parole…  Le donne come sua madre avevano lottato una vita per il femminismo e ora Lasse si ritrovava una cugina che si svendeva?
E poi la musica, il cibo, il cinema non c’era una sola cosa su cui si trovavano d’accordo. Eppure avevano voglia convulsa di confrontarsi su tutto. Ed è mentre stanno varcando il cancello di Christiania che un taxi si ferma li davanti. Maja è tornata.
Lasse la osserva mentre prende i bagagli.
“Aspetta qui” dice a Freja.
Maja ancora non l’ha visto e resta attonita mentre una mano le prende l’ultima valigia. Ma non deve girarsi per chiedersi chi è.
“Grazie, Lasse” dice ancora di spalle, poi si gira e gli sorride e lui sente il caldo, il sole sotto quel diluvio universale.
“Chi è lei?”
“Mia cugina… l’ho conosciuta oggi… adesso te la presento…”
Ma non fa in tempo a finire la frase che Maja è già davanti a Freja “Ciao”
I tre si avviano sotto la pioggia tra bagagli, imbarazzi, valigie, fragilità e spiegazioni.
“Allora ti fermi per un po’?” Chiede Maja a Freja.
“Per un po’ si può fare!” risponde Freja
Altri passi. Altre parole. Ma Lasse non ce la fa a tenersi dentro quella domanda, non può aspettare che lui e Maja siano soli.
“Allora ti fermi?”
“Per un po’ si può fare!’”
E scoppiano a ridere!

Che posto strano è Christiania! Vi piacerebbe viverci?

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Zuppa di patate (CAP VI)

Bran la guardò e trattenne un sorriso a stento. Ma si limitò a dire “Andiamo!”
Niente taxi? E con i tacchi? Slavy non era abituata ai tacchi non sarebbe arrivata neppure due blocchi più giù. Infatti a metà percorso sentì le prime vesciche, strinse i denti e andò avanti… continuò a camminare al fianco di Bran come se nulla fosse. E quando ormai pensava di svenire dal dolore arrivarono a Emerald Isle. Da fuori c’era un vociare allegro.
Entrarono. Vi erano tavoloni lunghi dove mangiavano senzatetto e barboni della zona.
“E’ la cena trimestrale… Andiamo al tavolo laggiù…”
Seduta in mezzo ai barboni in abito nero… perfetto Slavy avrai qualcosa da raccontare ai tuoi nipoti… no, di questo passo lo racconterai a te stessa!
“C’è la zuppa… quella ero sicuro che l’avresti mangiata!” esclama Bran mentre vengono portate due ciotole fumanti.
E poi la signora Fanny, una donnona seduta di fronte a loro inizia a parlare delle sue gambe e dell’assicurazione sanitaria… che non si può permettere, ma lo fa in modo divertente… il suo vano peregrinare in cerca di una struttura che la operi gratis diventa un romanzo d’avventura… e appena finisce lei attacca il signor Ronald… la banca gli ha portato via la casa e l’auto… si è trovato senza nulla in poco tempo… però apre il portafoglio e mostra orgoglioso la foto di sua moglie… ecco il ricordo di lei, quello nessuno glielo potrà mai levare. E per ultimo c’è Manuel, lui è appena uscito dal carcere e ha cercato lavoro, ma non c’è… così fa volontariato, almeno mangia e si tiene lontano dai guai… ha una “famiglia” che lo fa rigar dritto…e per la prima volta in vita sua si sente utile.
Sono le 23 quando Slavy ritorna a casa, con le scarpe in mano e una consapevolezza diversa. Guarda Bran negli occhi e gli dice “Grazie!”
Bran sorride perché sa che quel grazie non è una parola qualsiasi. Sa che Slavy ha infranto dei muri per entrare nel suo mondo, per non scappare di fronte alla miseria, per non rifiutare la realtà. E ora è sicuro che accetterà anche lui, senza riserve, senza barriere.
“Ci vediamo domani, Bran!”
“Certo, andiamo al cinema?”
Slavy è stupita… va anche lui al cinema… chissà se è un cinema senzatetto!
Poi sorride, si salutano  e torna a casa. Prima di addormentarsi pensa che non ci sarà mai nessun motore di ricerca che possa esprimere le emozioni, nessun computer capace di dare  risposte alla parola crisi e instagram non sarà mai capace di aggiungere alcun effetto alla  realtà! Buonanotte!

Zuppa di patate (CAP IV)

Sta rispondendo al messaggio della sua amica su Facebook quando le arriva la richiesta di amicizia di Bran.
Rimane attonita. Poi conferma l’amicizia. E Bran apre la chat.
“Buona la zuppa?”
E questo è il benvenuto?  Pensa Slavy.
“Come mi hai trovato?”
“Ho visto sul citofono, ho appuntato tutti i cognomi… uno doveva essere il tuo…ma cambia foto sul profilo, sei irriconoscibile!”
“E’ corretta con instagram”
“Come siamo tecnologici!”
“Lavoro con i computer”
“Che noia! Io ci gioco con i computer!”
Ecco colpita e affondata. Aveva messo il coltello nella piaga in pochi istanti. Aveva capito chi era. Un’abitudinaria, noiosa, depressa ragazza della 237th St. Non le rimaneva che andare al contrattacco. “Tu ti annoi in cucina, invece!” ecco, bella mossa, Slavy!
“Se tutti i clienti fossero come te sicuramente mi annoierei!”
Scacco matto, hai perso Slavy.
Non sa più che scrivere.. Ma che razza di idiota che sei Slavy… Dovevi proprio metterti a fare la ragazzina saccente?
In quel momento arriva il messaggio di Bran “Non faccio solo il cuoco…”
Slavy rimane in silenzio. Dai salutalo e vattene a letto. Questo ha mille interessi e un lavoro che gli piace… Insomma ha una vita e pure interessante!
Altro messaggio di Bran “Faccio volontariato… Mi occupo dei senza tetto!”
Il macigno finale. E’ impegnato pure sul sociale.
“Domani distribuiamo cappotti e coperte… ti va di venire?”
Ma che appuntamento romantico! Come puoi rifiutare?
“Non lo so… ho un po’ di mal di gola stasera… se mi sento meglio, vengo volentieri” La solita scusa, cosa c’è di più banale del mal di gola? Ti si addice Slavy.
“Ci trovi sulla 236th all’incrocio con Katonah Ave. Ora stacco, ho un impegno. Spero di vederti domani! Ciao!”
“Ciao!” e vede Bran andare off line.
A quel punto si ricorda che anche lei ha un impegno: deve stendere i panni della lavatrice!

Zuppa di patate (CAP III)

Poi era arrivato venerdì, per fortuna era finita la settimana. Si era dovuta fermare anche un’ora in più, il sistema si era bloccato e aveva perso dati.
Ora stava correndo alla metro, e mentre scendeva l’ultimo gradino vide la linea 2 partire. Addio Red Tomato!
Arrivò al pub alle 9.00 p.m. La videro appena entrare e già le stavano preparavano la zuppa.
“Posso parlare con il cuoco?”
“Perché?”,  chiese l’uomo al bancone “C’era qualcosa che non andava nella zuppa di ieri sera?”
“No, perfetta! Ma volevo parlare con il cuoco”
L’uomo entrò in cucina e poco dopo uscì il cuoco: alto, grosso e cinquantenne.
Slavy era in imbarazzo. Era una di quelle situazioni che detestava.
Con un filo di voce disse “Solo tu cucini?”
E l’uomo rise “no, c’è Bran… è andato via un’ora fa!”
Uscì di lì. La zuppa fra le mani. Fatti pochi passi si accorse di quanto fosse divenuta monotona la sua vita. In fondo la sera prima le era successo qualcosa, ora era ripiombata nella sua più nera quotidianità. Fece la strada pensando che, come ogni venerdì, avrebbe fatto il bagno caldo gettando dentro l’acqua uno di quei saponi frizzanti. Poi avrebbe scaldato la zuppa al microonde e l’avrebbe mangiata davanti alla solita sit-com. Avrebbe risposto a qualche mail e letto qualche pagina del libro sul comodino. Poi sarebbe arrivato sabato.
Sì, era nel pieno della sua crisi esistenziale quando svoltò l’angolo e vide Bran seduto sugli scalini davanti a casa sua.
Ok. Calma. Si impose anche di rallentare il passo.
Ma quanto ci metti a fare quei pochi metri?
Arrivo a pochi passi da lui e si fermò.
Lui sembrava una statua di ghiaccio. Il naso violaceo – o almeno a lei parve così –  su una faccia rosso fuoco. Si alzò stringendosi la giacca dal freddo.
“Allora com’era?” le disse mentre batteva i denti.
“Come quello di mia nonna!”
“Però di nuovo zuppa stasera?”
“Ci sono affezionata!”
Il ragazzo saluta e se ne va.
E Slavy sul portone che pensa “Dai fai come nei film, grida il suo nome, fallo tornare indietro, invitalo a casa…forza dai, chiamalo!” e mentre dice le ultime parole si chiude la porta alle spalle.

Filbert St.

Abito qui da quando sono nato. Mi piace il verde. Mi piace perché fa ombra, quando le giornate sono assolate. Mi piace perché ripara dalla pioggia. Mi piace anche in mezzo alla nebbia. Questo è il mio “habitat”, Filbert Street.  Lì in quella casa bianca con la palma davanti ci abita la famiglia Worth. Lui è avvocato, lei una giornalista di cronaca rosa. Vanno sempre di corsa, così di corsa che non hanno il tempo neppure di parlare. Anche la sera si dividono mentre lei va di corsa sulla cyclette  davanti alla televisione a veder noiossissimi film romantici e lui come un forsennato, batte  di corsa i tasti  sul computer. L’altro giorno poi hanno discusso, credo per avere un figlio, ma andavano troppo di corsa per concludere la discussione. Loro è inutile salutarli quando escono di casa, corrono troppo sulle scale di Filbert. Puoi gridare a squarciagola, non ti sentiranno mai. Invece nella casa rossa, sì quella rossa con i gerani (rossi naturalmente) alla finestra, ci abita un certo Gib un tipo strano. Dipinge sempre. Prende le tele e si mette a dipingere qui sugli anfratti delle scale. Dipinge, alberi, foglie, fiori e un paio di volte ha dipinto anche me.
Ecco lui se lo saluti ti dipinge, ma non contraccambia. Poi nel palazzo decò, quello bianco con Colombo che scruta l’orizzonte e Bogart alla finestra ci sono tante famiglie simpatiche. I Glanville che hanno due bambini, che tirano aeroplanini di carta dalla finestra della loro camera. Provano a colpirmi… Illusi! Ci sono i Coleman, sempre indecisi su tutto, dal colore delle pareti alla marca di cereali. Se li saluto loro rispondono, ma restano indecisi se dirmi buongiorno o buonasera. I miei preferiti sono i Pansy, Lydia e Charles. Avevano un negozio di fiori giù all’Embarcadero, ora sono in pensione. Ecco, loro sono i miei preferiti. Ci portano sempre la merenda… a me e ai miei fratelli. A noi i semi piacciono tantissimo e prendono sapore con le bacche rosse che troviamo sui cespugli. Loro li puoi salutare dalla mattina alla sera e ti risponderanno sempre. Sicuramente tra poco arrivano… io li aspetto qui, su questo cespuglio ai margini della strada, così ho la certezza di essere il primo a prendere il posto d’onore… atterro sempre sulla testa della signora Pansy. E lei mi passa sempre più semi rispetto agli altri che si devono azzuffare sulle mani del povero Charles.
Ecco stanno uscendo, che vi dicevo? Sono pronto per la merenda…
Ma oggi lei è sola? E non ha neppure i semi… Va verso la panchina… non viene al cespuglio?
Chiudo gli occhi. Pausa.
Ho le ali pesanti per arrivare alla panchina, ho paura di vedere il suo sguardo, di sapere quello che già immagino. Poi lo trovo il coraggio, mi stacco dal ramo lasciando i miei fratelli a ingozzarsi di bacche e volo da lei.
“Ciao Green!” poi fa una pausa.  “Charles non c’è… Va così… Una vita passata insieme… L’età… Gli acciacchi… E poi un bel giorno ti svegli e sei sola!”
Io piego un po’ il collo, vorrei avere un’espressione facciale, ma a noi pappagalli non l’hanno data, però so che lei capisce lo stesso.
“Sei affamato vero?”
E’ la prima volta in vita mia che non ho fame.
“Aspetta qui, vado a prenderti i semi…”
Se sapessi formulare una frase invece di singole parole sconclusionate, direi “Lascia stare i semi e invece parlami di voi, di voi due insieme… Che io prima o poi dovrò formare la mia coppia e vorrei che avessimo lo stesso sguardo sul mondo”. Ecco questo direi, ma io non lo so dire. Così la osservo che rientra in casa ed esce poco dopo con i semi.
Non so se volarle in testa finché lei non fa il gesto di mettersi il seme sui capelli.
Così il rituale ha inizio come tutti i giorni. E’ un modo di ricordarlo per noi, di sentire che comunque Charles è qui. Lei si avvia verso il cespuglio con me in testa che mangio i semi. Appena la vedono i miei fratelli volano sulle sue mani come facevano con quelle di Charles. Vedo che sorride, che le fa bene il gesto che sta facendo… poi mi volto verso la fine della strada e capisco perché sorride… Anche se non realizzo all’instante… Poi metto a fuoco e vedo Charles.
Lui si avvicina e ha in mano un sacchetto di semi, continuano a tenere i loro sguardi calamitati l’una nell’altro. Poi man mano che la distanza si riduce, lo sguardo di Charles si abbassa. Quando arriva accanto al cespuglio ha lo sguardo a terra.
“Sono…”
“Lo siamo tutti e due!” risponde Lydia.
“E’ che mi sento vulnerabile… ogni giorno di più… E’ quella paura di sentirsi gli anni addosso… Ho pensato che un giorno ti saresti svegliata e mi avresti visto come un peso… E non volevo distruggere i ricordi di una vita con questa immagine… L’unica soluzione era  andarmene via…”
“Shhhhh! Che sentono queste baggianate!”
Un sorriso incredulo affiora sulle labbra di Charles “Ma chi?  I pappagallini?”
“Sì, loro! Green è intelligentissimo!”
Sì, lo so, io lo sono davvero. Ma sono anche felice di sentire la risata fragorosa di Charles che si fonde con quella più maliziosa di Lydia. Ecco loro sono una vera coppia di pappagallini!