Christiania (CAP I)

Ha smesso di piovere da 20 minuti quando Lasse decide di prendere la bici e andarsi a fare un giro in quell’umido sabato pomeriggio di fine agosto.
Saluta la signora, Signe, che sta nell’orto a controllare se l’acqua le ha rovinato le piante e in pochi minuti è lungo i marciapiedi di Torvegade diretto verso la Royal Library Garden.
Copenaghen quel giorno ha la stessa luce fredda dei quadri di Fischer. Quella luce che ghiaccia le persone e le ritrae come istantanee. Allo stesso modo Lasse vede quella ragazza seduta su una panchina al Royal Library Garden. Si avvicina con la sua bici, le passa davanti e non c’è nessun segno di reazione. Il castano chiaro dei capelli mossi lungo le spalle, la faccia simile a una statua di cera e gli occhi aperti che fissano l’orizzonte…
Fa un giro intorno alla fontana, poi posa la bici ed entra in libreria. Vuole solo dimenticare quel volto che in pochi secondi è stato capace di assiderargli l’anima.
Entra senza un’idea precisa, consulta i cataloghi, si guarda in giro. Gli occorrono circa venti minuti prima di decidere. “Afrika”, Johannes Jensen. Lo sceglie proprio per levarsi di dosso gli ultimi “cristalli di freddo” lasciati da quella visione.
Ha il libro in mano quando esce. Prende la bicicletta, sale e parte. Non si lascia il tempo di gettare un’occhiata verso quella panchina. Non la vuole più vedere quella “statua di ghiaccio”.
Sono circa le 19 quando torna a casa  varcando l’ingresso del suo “Stato”.  Lui è nato lì, a Christiania.  Sua madre, Helle fu una delle prime a occupare quell’ex base della marina danese nel 1971. Divenne un punto di riferimento per l’intera comunità e i suoi murales, trasformarono per sempre l’animo di quelle ex caserme. All’epoca Helle aveva meno di vent’anni e spesso sua sorella Jette andava a trovarla. Voleva riportarla alla “civiltà”. Ci provò per più dieci anni, seguitando ad attraversare velocemente  il Green Light District. Era una delle poche persone vestite in quella folla di nudi.
E poi venne il luglio del 1982.
“Sono incinta!”
E Jette volto le spalle alla sorella urlando “Naturalmente non sai di chi!”
“Naturalmente no” questa era stata l’ultima provocazione di Helle e fu insopportabile per Jette.

Lasse non l’ha mai conosciuta sua zia e si ritiene fortunato… Una persona così non riuscirebbe a digerirla.
Lui ci vive bene a Christiania,  gli piace abitare nel suo camper rosso, a pochi metri dalla casa sul fiume di sua madre.
Appena sceso dalla bicicletta il suo cane Dopo gli corre incontro. E’ ora di cena.

Una notte fuori (CAP II)

Questa volta lo hai perso sul serio!” In un secondo passa dall’imbarazzo all’irritazione. “Se te lo metti al collo, forse non lo perdi più” e il caschetto biondo sfrangiato ancora da ragazzina si muove sul viso della signora fino a scoprirle alcune rughe che prima s’erano nascoste. “Non è mio!” risponde Betha e se ne va. Tra sé pensa che sarebbe stato meglio non uscire, quella donna le sta rovinando la passeggiata e… le incute paura. Si sente seguita, perseguitata. La sta destabilizzando. All’improvviso torna indietro… Quel pendente le manca…Si sente in colpa… E’come se ora avesse un significato o un’anima… Ha paura di una maledizione… Non che lei creda a queste cose… Ma è un brutto periodo.. Qualsiasi cosa, con una sola possibilità di andare storta, ci va… e nel modo peggiore.. Vuole riavere quell’amuleto. Magari non le porterà fortuna, ma per lo meno non avrà paura di esersi tirata addosso, rifiutandolo, qualche maledizione. Le bastano pochi passi per ritrovare la signora. E’ lì davanti alla libreria,con l’amuleto in mano. Non deve neppure chiedere, glielo porge direttamente la signora, lì davanti al bookshop. “Sai lo volevano far chiudere…” “Ma di che sta parlando” Non ha idea a cosa si riferisca la signora.“La libreria… La volevano fa chiudere… Poi hanno trovato un accordo… Hanno chiesto anche contributi su internet… Sarebbe stato un peccato, è qui dal 1977” “1977” Quel numero diventa una cifra che risuona nel cervello di Betha. Lei all’epoca non era neppure nata.

Non era così all’epoca… io ci venivo spesso… era un po’ come la biblioteca di un amico, ci trovavi i titoli più comuni e qualche curiosità” Betha non ha idea perché continua ad ascoltare quella vecchia pazza. C’è qualcosa però nella voce di quella donna che le è famigliare…Ma non si ricorda dove l’ha sentita. Non sa che dire e ora il silenzio inizia a disturbarla. Deve trovare un modo per andar via senza essere scortese. “Sarebbe stato un peccato se avesse chiuso e…” non riesce a finire la frase che la signora prende l’occasione al volo per riprendere la parola. “La domenica sera qui si incontravano Susan e Annie…”

La faccia di Betha è perplessa…Chissà di chi sta parlando. “Susan Sontag e Annie Leibovitz” Ora Betha ricorda… La scrittrice e la fotografa… si parlò molto di quella coppia, alla fine degli anni’90. Lei era ancora una bambina, ma sua sorella maggiore, maniaca di gossip, doveva averle accennato qualcosa… o almeno le sembrava… in ogni caso anni dopo aveva letto l’”Amante del Vulcano” appassionandosi al triangolo amoroso tra Emma e William Hamilton con Horatio Nelson. “Ginsberg e Glass… sempre qui, fra queste mura iniziarono a collaborare”. Betha vuole di nuovo andarsene e cerca di assecondarla. Forse la smette.“ Sì, il Greenwich è un posto storico, conserva intatte le memorie dei suoi personaggi.”