Zuppa di patate (CAP V)

Il sabato mattina, era uno di quelli gelidi, come possono esserci solo a New York. No, non se ne parlava di uscire di casa. Preparò la colazione con calma. Uova, succo d’arancia, pane tostato. Un bel sabato mattina… Accese la televisione per vedere il tg… Continuavano a parlare della crisi economica. E ricominciò a interrogarsi… era in bancarotta con la vita… era anche lei una “Lehman Brothers”.
Fu lì che capì. Il significato di crisi è giudicare e giudicare è scegliere. Corse fino alla 236th… Stavano andando via. Bran stava a parlare con un senzatetto.  Scherzavano e l’uomo rideva. Pensò “Il senzatetto ride? Come è possibile!” Guardò meglio. Sì, rideva. Anche un poveraccio era più felice di lei. Bran lo salutò con una pacca sulla spalla, poi si girò verso gli amici che stavano riponendo le ultime cose. E i suoi occhi incrociarono quelli di Slavy. La salutò da lontano.
Non faceva poi così freddo pensò Slavy.
Bran riaccompagnò a casa Slavy. Parlarono di cucina irlandese, di birra e del giorno di San Patrizio. Forza Slavy invitalo a cena… dai!
“Pensavo… se ti va… Potremmo andare a cena stasera”  e sentì la sua voce perdersi nella nuvoletta di freddo.
Lui non rispose subito… Ci stava pensando… Poi esclamò “Sì, ti passo a prendere stasera alle 7.00”
Slavy si dimenticò di prendere l’ascensore, si catapultò in doccia, si arricciò i capelli e passò tre ore nell’armadio a scegliere un vestito. Un abitino nero, corto con le calze pesanti e le scarpe con il tacco.
Bran suonò il citofono. Slavy si spruzzo ancora un po’ di profumo prima di scendere e poi arrivò al portone già con il cellulare in mano pronta a chiamare un taxi.
Bran l’aspettava in jeans, scarpe da ginnastica e giaccone imbottito, guanti, sciarpa e cappello di lana.
E lei si intirizzì ancor prima di sentire la temperatura esterna.
Che diavolo le era saltato in testa? Mettersi un vestito elegante? Magari lui voleva solo andare in pizzeria… Hai perso di nuovo Slavy. Poi si fece coraggio – tutto quello che aveva – ormai era fatta, non poteva tornare su a cambiarsi, aveva scelto quel vestito e ci si sarebbe sentita a suo agio.

Zuppa di patate (CAP III)

Poi era arrivato venerdì, per fortuna era finita la settimana. Si era dovuta fermare anche un’ora in più, il sistema si era bloccato e aveva perso dati.
Ora stava correndo alla metro, e mentre scendeva l’ultimo gradino vide la linea 2 partire. Addio Red Tomato!
Arrivò al pub alle 9.00 p.m. La videro appena entrare e già le stavano preparavano la zuppa.
“Posso parlare con il cuoco?”
“Perché?”,  chiese l’uomo al bancone “C’era qualcosa che non andava nella zuppa di ieri sera?”
“No, perfetta! Ma volevo parlare con il cuoco”
L’uomo entrò in cucina e poco dopo uscì il cuoco: alto, grosso e cinquantenne.
Slavy era in imbarazzo. Era una di quelle situazioni che detestava.
Con un filo di voce disse “Solo tu cucini?”
E l’uomo rise “no, c’è Bran… è andato via un’ora fa!”
Uscì di lì. La zuppa fra le mani. Fatti pochi passi si accorse di quanto fosse divenuta monotona la sua vita. In fondo la sera prima le era successo qualcosa, ora era ripiombata nella sua più nera quotidianità. Fece la strada pensando che, come ogni venerdì, avrebbe fatto il bagno caldo gettando dentro l’acqua uno di quei saponi frizzanti. Poi avrebbe scaldato la zuppa al microonde e l’avrebbe mangiata davanti alla solita sit-com. Avrebbe risposto a qualche mail e letto qualche pagina del libro sul comodino. Poi sarebbe arrivato sabato.
Sì, era nel pieno della sua crisi esistenziale quando svoltò l’angolo e vide Bran seduto sugli scalini davanti a casa sua.
Ok. Calma. Si impose anche di rallentare il passo.
Ma quanto ci metti a fare quei pochi metri?
Arrivo a pochi passi da lui e si fermò.
Lui sembrava una statua di ghiaccio. Il naso violaceo – o almeno a lei parve così –  su una faccia rosso fuoco. Si alzò stringendosi la giacca dal freddo.
“Allora com’era?” le disse mentre batteva i denti.
“Come quello di mia nonna!”
“Però di nuovo zuppa stasera?”
“Ci sono affezionata!”
Il ragazzo saluta e se ne va.
E Slavy sul portone che pensa “Dai fai come nei film, grida il suo nome, fallo tornare indietro, invitalo a casa…forza dai, chiamalo!” e mentre dice le ultime parole si chiude la porta alle spalle.

Zuppa di patate (CAP II)

Si sarebbe messa a correre… Ma sicuramente chi la stava inseguendo sapeva farlo meglio di lei… forse sarebbe stato meglio cambiare strada… ma avrebbe regalato solo tempo al suo inseguitore… forse doveva prendere il cellulare nella borsa e far finta di chiamare qualcuno… ma chissà dove s’era infilato nella borsa a sacco… cercarlo le avrebbe fatto perdere terreno… la cosa migliore era arrivare alla Kepler con un passo veloce e poi serrare il portone dietro di lei.
Fece la strada cercando di non pensarci, anche se quei passi diventavano sempre più  ossessivi.
Finalmente Kepler, finalmente svoltò e volò su quell’ultimo tratto di strada.  Stava per scendere gli scalini davanti alla sua abitazione, quando sentì la voce:
“Perché zuppa di patate?”
Slavy si fermerò. Difficile che fosse un delinquente, nessuno parla di cibo se vuole aggredirti… Però aveva comunque voglia di girarsi di scatto e buttargli addosso la zuppa che aveva in mano…
“Perché la zuppa?”
Non valeva neppure la pena di arrabbiarsi. “I soliti ragazzini idioti del quartiere che si divertono a fare scherzi”, pensò. Scese gli scalini e andò verso il portone.
“Perchè non prendi mai altro?”
L’insistenza, a volte, finisce per diventare invadenza. Stava finendo di aprire il portone quando si accorse che non era lei a tenerne il peso. Ebbe un sussulto. Averlo a pochi centimetri da lei l’aveva terrorizzata.
“Prova questo!”
A quel punto Slavy si voltò. La prima cosa che la colpì fu quella sciarpa verde con il trifoglio. Poi mise a fuoco quel viso lentigginoso dagli occhi chiari e i capelli rossi. Poi il ragazzo offrì a Slavy il contenitore che aveva in mano  e aggiunse:
“Colcannon…patate, cavolo e…”
“Rapa”
“Lo conosci?”
“Lo faceva mia nonna!”
“Sei irlandese?”
“Mio padre ha origini tedesche, mia madre irlandese… e io sono… americana!”
Il ragazzo sorride poi le offre di nuovo il contenitore.
“Ma non hai mai provato il mio!”
“Ok!” afferra di scatto il contenitore e quasi le cade la zuppa che ha in mano.
“Domani mi dici se ti è piaciuto”
“E dove ti trovo?”
“Al pub, dove ti fermi sempre…Non mi riconosci?  Faccio il cuoco lì, di sera!”
Slavy ora non ha più freddo… Non è più di corsa… Non sente più la fatica della giornata.
“Dai, corri a casa prima che si freddi!” poi il ragazzo si gira e se ne va.

Zuppa di patate (CAP I)

Crisi. Economica, sentimentale, etica. Crisi di mezza età, adolescenziale, d’identità. Crisi d’ansia. Crisi d’astinenza. Quel giorno Slavy si era occupata di ogni tipo di crisi. Alla fine era entrata in crisi lei. Erano due anni che stava lavorando a un motore di ricerca, capace di fare correlazioni verbali e quindi dare risposte “intelligenti”. L’entusiasmo per la ricerca era ben presto svanito lasciando il passo alla routine. Il mondo parlava di crisi, era una delle parole più cliccate…
Un rapido bilancio sulla sua vita? Complessivamente noia. La sua amica si era trasferita a Philadelphia proprio mentre lei si lasciava con Paul, dopo una delle solite futili litigate su dove passare il sabato sera. In realtà il loro rapporto era ormai logoro da un anno. Non erano stati capaci di costruire nulla solo di insultarsi… Era stata quasi una liberazione quando avevano definitivamente chiuso.
Stava tornando a casa, in un appartamento di quella scatola di mattoni rossi all’incrocio tra la East 237th St. e Kepler Ave… Aveva comprato la zuppa di patate, solo a Woodlawn potevi trovare quella tipica irlandese… e solo al pub di Jack la trovavi sempre calda. Lei andava diretta al banco, chiedeva la sua zuppa a portar via e pagava distrattamente. Era una sosta quasi quotidiana e non ci  perdeva tempo. Non guardava mai se c’era qualcosa di più appetitoso.
Per lei andava bene la zuppa, quella stessa del contenitore di cartone che ora le stava scaldando le mani. Era una sera fredda. Accelerò il passo… Aveva solo voglia di arrivare a casa prima possibile. E fu allora che realizzò… Provava disagio e non capiva perché. Era tutto tranquillo intorno a lei, troppo tranquillo… All’improvviso sentì quegli occhi dietro di lei… Occhi puntati su di lei.

Una notte fuori (CAP IV)

Mi hai sentito? Andiamo!” è un rimprovero scherzoso quello della signora. Chissà da quanto la sta chiamando… Eppure fino a un attimo prima Harry era lì… “Come ti chiami?” le chiede ora la sonosciuta mentre ci avviciniamo al lato Nord di Washington Square.

Betha, in celtico significa Vita” “Un’irlandese?” “Un’americana!” La signora sorride. Betha capisce che dietro quel sorriso c’è un mondo che si apre. E’ stata solo una provocazione…

La casa di Hopper…” Sta uscendo di casa, con la giacca sopra il gilet e il cappello a nascondergli la calvizie. E’ lì che scruta col suo occhio fotografico i particolari di New York e li trasforma in pittura, in locandine, “nei verdi, nei gialli, nei blu, in quella luce calligrafica e in quelle ombre che diventano buchi neri. Nelle finestre a vetri c’è la vita interna degli edifici , come se costringesse lo spettatore a diventare suo “complice” di quel guardare attraverso…Morning in the city… Apartment House… Nighthawks”… Poi lo vede allontanarsi… man mano che il racconto della signora si dissolve… Thomas Paine… E’ l’ultima tappa. Per Betha non è più solo una placca attaccata a un edificio… “Il rivoluzionario, diffamato da ovunque, denunciato per i suoi vizi e dimenticato per le sue virtù, si ritrovò vittima del suo popolo… Non si fece scalfire dall’odio… Non aveva paura di prendere posizioni…” Betha vede il fuoco che divampa mentre distrugge i libri di Paine… Lui rimane saldo, lucido nelle su posizioni… “Bethaaaaaaa!”, Betha si gira di scatto. “Io sono Viv” le grida la signora prima di girarsi e andar via. Betha rimane immobile qualche minuto. Viv Looper… Faceva radio negli anni ’60… Era una delle “voci” più ribelli… Ma dove sta Paine? Andato via insieme a Viv… Poi un altro ricordo… “Il divano di Viv”, il programma radiofonico dove erano passati tutti… Ogni settimana trasmetteva da un posto diverso… come aveva fatto a non riconoscerla? Betha inizia a ripercorre nella sua testa il viaggio di quella notte. Da quando si è svegliata sino a quel momento .

Strano incontro” pensa. Hanno appena aperto il Christopher Park… si siede su una panchina, quella a lato delle statue… Vede il quartiere popolarsi, mentre mangia un macaron… Persone e persone che passano distratte per quelle strade… Hipster con le cuffie alle orecchie, ex sessantottini, ex rivoluzionari, ex bohemien…Stringe il pendente indiano e si guarda nel profondo… e sa che lei, sì, anche lei appartiene a quel posto… non potrebbe vivere altrove… ha l’istinto di sopravvivenza, non quello dell’altruismo ad oltranza… Non potrebbe mai dire come Paine « My country is the world… and my religion is to do good. »

E Viv? Viv è una Paine. Sì, lei lo è. Voi chi siete? Viv o Betha?

Una notte fuori (CAP III)

La signora sorride. “Per voi americani qualunque cosa con più di vent’anni è già storia… E’una bella visione… per noi europei i vostri monumenti antichi sono semplicemente vecchie cose moderne” “Vecchie cose moderne?” “Il moderno già visto… nelle foto, nei film, nelle descrizioni dei libri… diventano vecchie conoscenze… le mitizziamo anche, ma difficilmente riusciamo a immergerci nelle vostre atmosfere, in quelle più vere… come Jim Power” Quella frase colpisce Betha…ora si sente in sintonia con la signora. Lei ama l’arte di Jim… ha una cartella sul computer dedicata ai suoi mosaici… La domenica la passa spesso a girare New York per fotografare l’arte di strada, l’arte in divenire, l’arte di un momento… Che ha vita breve, ma comunica forti emozioni. Non a caso ha studiato sociologia alla Columbia University e dopo si è affittata una casa lì… nel quartiere più eterogeneo di New York.” Fino a quel momento non aveva notato l’enorme borsa marrone che la signora tiene a tracolla. Da quella borsa ora sta uscendo la vecchia copertina spiegazzata di un disco… The Freewheelin’, Bob Dylan, Suze Rotolo e il Greenwich… “Prima c’erano i miti… adesso c’è la gentrification… Invece dobbiamo conservare la memoria non solo dei monumenti, dei palazzi… Ma anche delle atmosfere… l’umido del “Gaslight”…quando il “Cafe Wha?”in una sola notte diventava il mondo a 360 gradi…“L’Hotel Griffou”, ora è un luogo dove mangiare polpette tenere…E giusto che i luoghi cambino insieme alle persone, ma il problema oggi è che gran parte della gente è tutta uguale e i luoghi si assomigliano tutti… Sarebbe bello poter assaporare ancora le sfumature e invece finiamo tutti appiattiti dentro situazioni confortevoli, soft, anestetizzate…” Betha ha appena il tempo di sistemarsi una ciocca che le è caduta davanti agli occhi. “Ti porto a vedere una cosa” le dice la signora e inizia a camminare. Betha ormaiè incuriosita e allucinata, come presa da un vortice che l’avvolge e la trascina a seguir le quella strana donna. Sono tra la Waverly e Charles, quando si fermano davanti alla vetrina di una boutique di lusso, dove una borsa gialla può costare oltre i $2000. “Prima ci suonava Fats Waller, era un locale clandestino negli anni ’30… Poi sono arrivati i Chong ed è iniziata l’era della lavanderia… per 60 anni, è stato un punto di ritrovo… ha lavato i vestiti di molti beatnik. Il proprietario era un tipo simpatico…” Betha si ricordava la scritta sulla vetrina, ma quando era arrivata al Village lì c’era un parrucchiere… “Hanno rimosso la scritta rossa”

Sì… Quella di Henry Chong, un uomo sempre sorridente, un cinese che ci era cresciuto in questo negozio… Aveva i capelli bianchi, la faccia bonaria e amava il suo lavoro… Una sera si mise a cucire. E fu l’ultima volta…” Betha guarda all’interno del negozio e lo vede. E’ li seduto proprio davanti alla macchina da cucire cinese, ha un rocchetto di filo in mano. Alle pareti ci sono gli scaffali con le camicie piegate e i capi lavati a secco che pendono dal soffitto. Chong sta aprendo la porta, le saluta, chiude il negozio e va via.

Una notte fuori (CAP II)

Questa volta lo hai perso sul serio!” In un secondo passa dall’imbarazzo all’irritazione. “Se te lo metti al collo, forse non lo perdi più” e il caschetto biondo sfrangiato ancora da ragazzina si muove sul viso della signora fino a scoprirle alcune rughe che prima s’erano nascoste. “Non è mio!” risponde Betha e se ne va. Tra sé pensa che sarebbe stato meglio non uscire, quella donna le sta rovinando la passeggiata e… le incute paura. Si sente seguita, perseguitata. La sta destabilizzando. All’improvviso torna indietro… Quel pendente le manca…Si sente in colpa… E’come se ora avesse un significato o un’anima… Ha paura di una maledizione… Non che lei creda a queste cose… Ma è un brutto periodo.. Qualsiasi cosa, con una sola possibilità di andare storta, ci va… e nel modo peggiore.. Vuole riavere quell’amuleto. Magari non le porterà fortuna, ma per lo meno non avrà paura di esersi tirata addosso, rifiutandolo, qualche maledizione. Le bastano pochi passi per ritrovare la signora. E’ lì davanti alla libreria,con l’amuleto in mano. Non deve neppure chiedere, glielo porge direttamente la signora, lì davanti al bookshop. “Sai lo volevano far chiudere…” “Ma di che sta parlando” Non ha idea a cosa si riferisca la signora.“La libreria… La volevano fa chiudere… Poi hanno trovato un accordo… Hanno chiesto anche contributi su internet… Sarebbe stato un peccato, è qui dal 1977” “1977” Quel numero diventa una cifra che risuona nel cervello di Betha. Lei all’epoca non era neppure nata.

Non era così all’epoca… io ci venivo spesso… era un po’ come la biblioteca di un amico, ci trovavi i titoli più comuni e qualche curiosità” Betha non ha idea perché continua ad ascoltare quella vecchia pazza. C’è qualcosa però nella voce di quella donna che le è famigliare…Ma non si ricorda dove l’ha sentita. Non sa che dire e ora il silenzio inizia a disturbarla. Deve trovare un modo per andar via senza essere scortese. “Sarebbe stato un peccato se avesse chiuso e…” non riesce a finire la frase che la signora prende l’occasione al volo per riprendere la parola. “La domenica sera qui si incontravano Susan e Annie…”

La faccia di Betha è perplessa…Chissà di chi sta parlando. “Susan Sontag e Annie Leibovitz” Ora Betha ricorda… La scrittrice e la fotografa… si parlò molto di quella coppia, alla fine degli anni’90. Lei era ancora una bambina, ma sua sorella maggiore, maniaca di gossip, doveva averle accennato qualcosa… o almeno le sembrava… in ogni caso anni dopo aveva letto l’”Amante del Vulcano” appassionandosi al triangolo amoroso tra Emma e William Hamilton con Horatio Nelson. “Ginsberg e Glass… sempre qui, fra queste mura iniziarono a collaborare”. Betha vuole di nuovo andarsene e cerca di assecondarla. Forse la smette.“ Sì, il Greenwich è un posto storico, conserva intatte le memorie dei suoi personaggi.”

Una notte fuori (CAP I)

Si era svegliata di notte e non era più riuscita a prendere sonno. Aveva provato a leggere qualche pagina del libro che aveva sul comodino, ma si era imbattuta nella lunga descrizione di una fattoria nel New Hampshire, che l’aveva annoiata a morte. Ma perché nei thriller c’era spesso una fattoria del New Hampshire?

Chiude il libro e guarda Blues addormentato nella cuccia… Muove ritmicamente la testa a destra e sinistra… “Buffo yorkshire” pensa Betha, e si complimenta con se stessa “Ha scelto il nome giusto per il nuovo arrivato!” Tre giorni prima era stata indecisa, aveva già la sua gatta Kobi, prendersi un cane la preoccupava. Lo vedeva impegnativo. Poi aveva ceduto e come sempre aveva dato retta alla sua amica Selma e aveva lasciato che Blues le invadesse casa.

Guarda la sua e-mail… Solo spam… D’altronde sono le due di notte… Accende la tv e inizia a fare zapping… non trova nulla d’interessante. Torna a letto… cambia più volte posizione… E poi decide… Passeggiata! Si veste in fretta ed è subito… St. Mark Pl.

Cammina sul marciapiede, con un’andatura stranamente lenta per lei. In quel venerdì sera, le strade sono silenziose, la gente ha iniziato a uscire dagli ultimi locali, quelli che tirano avanti fino a tarda notte. E’ uscita solo con le chiavi di casa e $20 in tasca… Vuole prendere aria in quel fine luglio afoso, arrivare fino alla bakery aperta tutta la notte, mangiarsi un azuki croissant o una fetta di green tea tiramisu e poi tornarsene a casa.

Sta davanti alla libreria quando una signora la ferma. “Le è caduto questo!” E le mostra una collana con un pendente indiano. piume e ossi. Betha istintivamente lo sfiora con la mano, poi si allontana mentre continua a guardarlo “Non è mio”. La signora dai pantaloni larghi di lino marrone, la maglia nera che le ricade sulle braccia e un foulard in tinta con i pantaloni,ora le sta fissando il collo scoperto dalla maglia a V “E’ più adatto a una ragazza che a una signora… Lo prenda!” Betha è a disagio. Lo afferra solo perchè la signora non ci resti male. Glielo ha offerto in un modo che non lo poteva rifiutare. Ancora qualche passo e arriva alla bakery. Prima di entrare lascia la collana appesa alla ringhiera di una scala esterna, che sale fino a un’abitazione. In quel negozio sono sempre gentili, stanotte le regalano anche due macarons. Uscita di lì e girato l’angolo, vede ondeggiare davanti ai suoi occhi il pendente indiano. Per un attimo crede che sia la sua immaginazione, invece poi mette a fuoco anche la signora che lo tiene in mano.

Cypress Hill (Cap III)

Due settimane dopo è di nuovo notte e Clay sta correndo su Jamaica St. Stasera il bottino è stato buono. Nella casa dove è entrato c’erano anche 1500 dollari in contanti. Poi diversi oggetti d’oro, tutta roba sudamericana.
Arriva alla banchina di Cypress Hill e Thalia è lì. Lo stesso vestito, le stesse scarpe, lo stesso sguardo enigmatico.
“E il mio orecchino?”
Quella ragazza ha il potere di innervosirlo.
“Non l’ho trovato!”
“No, non l’hai cercato!”
Arriva la metro. Praticamente deserta come al solito a quell’ora.
Clay sale per primo, sa già che la ragazza lo seguirà.
Si siede e in quell’attimo si rende conto che la ragazza non è salita…
La metro si mette in moto, ma c’è subito un calo di corrente e si ferma… Arriva il macchinista, fa un giro di perlustrazione e fa scendere Clay e due ubriachi. Ed è in quel momento che lui la vede, sulla banchina, nel punto esatto dove l’aveva lasciata.
“Ora possiamo cercare l’orecchino!” dice lei con tono autoritario.
Dopo due ore, dentro un bagno delle donne, incastrato sotto un lavabo, Clay trova l’orecchino.
Esce da quel bagno trionfante… “Ecco missione compiuta!”
Lo sguardo di Thalia diventa raggiante. Il ragazzo si chiede che significato possa avere, perché è solo bigiotteria.
“Ora la smetti di perseguitarmi?”
“E l’altro?”
“Ce l’ho a casa mia!”
“A casa tua?”
“Volevi che girassi con il tuo orecchino?”
“Certo che lo dovevi fare! Non c’è tempo da perdere… Andiamo a casa tua!”
Clay rimane ancora più perplesso. Perché una bella ragazza in abito da sera dovrebbe in piena notte fidarsi ad andare a casa di un ladro?
Sicuramente per incastrarlo, poi l’avrebbe denunciato anche per stupro! No, meglio non rischiare, quella ragazza sembra pericolosa.
“Te lo porto domani, verso mezzogiorno!”
“Non ci penso proprio”
“O così o niente, ciao!”
Clay esce dalla metro e si avvia a piedi, chissà se prima o poi avrebbe visto un taxi.
Lungo la strada si ferma a mangiare in un locale etnico aperto 24h… All’uscita c’è Thalia ad attenderlo.
“Bene! Hai mangiato, ora andiamo?”
Clay non è più in grado di opporsi.
Dopo pochi minuti, passa un taxi, lo prendono al volo e in mezz’ora sono sotto casa di Clay.
Scesi dal taxi Clay le dice “Aspettami qui, te lo porto subito!” e si avvia verso casa.
Mentre sta per aprire la porta si accorge che Thalia è alle sue spalle.
“Ti avevo detto di aspettarmi di sotto?”
“Non mi fidavo… Potevi pure non tornare…”
“Certo, se morivo!”
Clay apre la porta. La sua stanza è un disastro, come dopo un terremoto.
Va diretto al comodino fruga dentro, prende l’orecchino e lo dà a Thalia.
“E ora fuori di qui!”
Thalia si mette gli orecchini, chiude gli occhi  e inizia un monologo.
A Clay viene in mente che  forse è solo una povera attrice folle. Una fallita uscita di testa,  sempre con lo stesso vestito.

L’acquario (Bronx)

La chiamano “Champs-Élysées of the Bronx” e al 1150, se guardi bene, trovi anche “l’Acquario”. Dalla sua finestra con gli angoli smussati del Fish Building, Jameela sta osservando la strada, poi si volta. Sua madre sta prendendo le chiavi di casa, poi afferra il carrello della spesa e si ferma di nuovo davanti allo specchio dell’ingresso, per cacciare indietro gli ultimi capelli che escono dal velo. Jameela sa che fra un anno dovrà fare lo stesso gesto della madre perché anche lei si nasconderà i capelli. Per tutta la vita. Il padre dice che lei è unica, ma lei si sente solo diversa. In casa parlano arabo, inglese fuori. Celebrano la “Festa del Sacrificio” che è proprio vicina al “Giorno del Ringraziamento”. Sono due feste per  la riunione e la condivisione. Loro offrono cibi speziati ai vicini di casa e  ricevono in cambio il tacchino. Poi passate le feste, le divisioni tornano. Il padre vuole che Jameela aiuti la madre in casa, lui invece esce con il figlio. Niente parco, niente giochi, lei ormai è grande e sta per indossare il velo. Jameela ha diecimila domande, vorrebbe capire prima di rispettare le regole. E si chiede ma i pesci avranno le regole? Perché a lei piacerebbe fare la stessa vita dei pesci, quelli disegnati sul suo palazzo, quel mosaico “strano” in facciata. Quante volte li ha disegnati ? Quanto ha immaginato che quel pesce pagliaccio potesse essere lei, lei che nuota e non obbedisce alle interpretazioni religiose degli uomini, fatte per umiliare le donne. Andare nel mare profondo, avere una coda e una chioma di capelli da mostrare, liberi di ondeggiare nella corrente. Quel disegno è da sempre il suo mondo ideale, quell’acquario in cui si rifugia per trovare la forza di abbassare la testa.