Zuppa di patate (CAP V)

Il sabato mattina, era uno di quelli gelidi, come possono esserci solo a New York. No, non se ne parlava di uscire di casa. Preparò la colazione con calma. Uova, succo d’arancia, pane tostato. Un bel sabato mattina… Accese la televisione per vedere il tg… Continuavano a parlare della crisi economica. E ricominciò a interrogarsi… era in bancarotta con la vita… era anche lei una “Lehman Brothers”.
Fu lì che capì. Il significato di crisi è giudicare e giudicare è scegliere. Corse fino alla 236th… Stavano andando via. Bran stava a parlare con un senzatetto.  Scherzavano e l’uomo rideva. Pensò “Il senzatetto ride? Come è possibile!” Guardò meglio. Sì, rideva. Anche un poveraccio era più felice di lei. Bran lo salutò con una pacca sulla spalla, poi si girò verso gli amici che stavano riponendo le ultime cose. E i suoi occhi incrociarono quelli di Slavy. La salutò da lontano.
Non faceva poi così freddo pensò Slavy.
Bran riaccompagnò a casa Slavy. Parlarono di cucina irlandese, di birra e del giorno di San Patrizio. Forza Slavy invitalo a cena… dai!
“Pensavo… se ti va… Potremmo andare a cena stasera”  e sentì la sua voce perdersi nella nuvoletta di freddo.
Lui non rispose subito… Ci stava pensando… Poi esclamò “Sì, ti passo a prendere stasera alle 7.00”
Slavy si dimenticò di prendere l’ascensore, si catapultò in doccia, si arricciò i capelli e passò tre ore nell’armadio a scegliere un vestito. Un abitino nero, corto con le calze pesanti e le scarpe con il tacco.
Bran suonò il citofono. Slavy si spruzzo ancora un po’ di profumo prima di scendere e poi arrivò al portone già con il cellulare in mano pronta a chiamare un taxi.
Bran l’aspettava in jeans, scarpe da ginnastica e giaccone imbottito, guanti, sciarpa e cappello di lana.
E lei si intirizzì ancor prima di sentire la temperatura esterna.
Che diavolo le era saltato in testa? Mettersi un vestito elegante? Magari lui voleva solo andare in pizzeria… Hai perso di nuovo Slavy. Poi si fece coraggio – tutto quello che aveva – ormai era fatta, non poteva tornare su a cambiarsi, aveva scelto quel vestito e ci si sarebbe sentita a suo agio.

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Zuppa di patate (CAP III)

Poi era arrivato venerdì, per fortuna era finita la settimana. Si era dovuta fermare anche un’ora in più, il sistema si era bloccato e aveva perso dati.
Ora stava correndo alla metro, e mentre scendeva l’ultimo gradino vide la linea 2 partire. Addio Red Tomato!
Arrivò al pub alle 9.00 p.m. La videro appena entrare e già le stavano preparavano la zuppa.
“Posso parlare con il cuoco?”
“Perché?”,  chiese l’uomo al bancone “C’era qualcosa che non andava nella zuppa di ieri sera?”
“No, perfetta! Ma volevo parlare con il cuoco”
L’uomo entrò in cucina e poco dopo uscì il cuoco: alto, grosso e cinquantenne.
Slavy era in imbarazzo. Era una di quelle situazioni che detestava.
Con un filo di voce disse “Solo tu cucini?”
E l’uomo rise “no, c’è Bran… è andato via un’ora fa!”
Uscì di lì. La zuppa fra le mani. Fatti pochi passi si accorse di quanto fosse divenuta monotona la sua vita. In fondo la sera prima le era successo qualcosa, ora era ripiombata nella sua più nera quotidianità. Fece la strada pensando che, come ogni venerdì, avrebbe fatto il bagno caldo gettando dentro l’acqua uno di quei saponi frizzanti. Poi avrebbe scaldato la zuppa al microonde e l’avrebbe mangiata davanti alla solita sit-com. Avrebbe risposto a qualche mail e letto qualche pagina del libro sul comodino. Poi sarebbe arrivato sabato.
Sì, era nel pieno della sua crisi esistenziale quando svoltò l’angolo e vide Bran seduto sugli scalini davanti a casa sua.
Ok. Calma. Si impose anche di rallentare il passo.
Ma quanto ci metti a fare quei pochi metri?
Arrivo a pochi passi da lui e si fermò.
Lui sembrava una statua di ghiaccio. Il naso violaceo – o almeno a lei parve così –  su una faccia rosso fuoco. Si alzò stringendosi la giacca dal freddo.
“Allora com’era?” le disse mentre batteva i denti.
“Come quello di mia nonna!”
“Però di nuovo zuppa stasera?”
“Ci sono affezionata!”
Il ragazzo saluta e se ne va.
E Slavy sul portone che pensa “Dai fai come nei film, grida il suo nome, fallo tornare indietro, invitalo a casa…forza dai, chiamalo!” e mentre dice le ultime parole si chiude la porta alle spalle.

Zuppa di patate (CAP II)

Si sarebbe messa a correre… Ma sicuramente chi la stava inseguendo sapeva farlo meglio di lei… forse sarebbe stato meglio cambiare strada… ma avrebbe regalato solo tempo al suo inseguitore… forse doveva prendere il cellulare nella borsa e far finta di chiamare qualcuno… ma chissà dove s’era infilato nella borsa a sacco… cercarlo le avrebbe fatto perdere terreno… la cosa migliore era arrivare alla Kepler con un passo veloce e poi serrare il portone dietro di lei.
Fece la strada cercando di non pensarci, anche se quei passi diventavano sempre più  ossessivi.
Finalmente Kepler, finalmente svoltò e volò su quell’ultimo tratto di strada.  Stava per scendere gli scalini davanti alla sua abitazione, quando sentì la voce:
“Perché zuppa di patate?”
Slavy si fermerò. Difficile che fosse un delinquente, nessuno parla di cibo se vuole aggredirti… Però aveva comunque voglia di girarsi di scatto e buttargli addosso la zuppa che aveva in mano…
“Perché la zuppa?”
Non valeva neppure la pena di arrabbiarsi. “I soliti ragazzini idioti del quartiere che si divertono a fare scherzi”, pensò. Scese gli scalini e andò verso il portone.
“Perchè non prendi mai altro?”
L’insistenza, a volte, finisce per diventare invadenza. Stava finendo di aprire il portone quando si accorse che non era lei a tenerne il peso. Ebbe un sussulto. Averlo a pochi centimetri da lei l’aveva terrorizzata.
“Prova questo!”
A quel punto Slavy si voltò. La prima cosa che la colpì fu quella sciarpa verde con il trifoglio. Poi mise a fuoco quel viso lentigginoso dagli occhi chiari e i capelli rossi. Poi il ragazzo offrì a Slavy il contenitore che aveva in mano  e aggiunse:
“Colcannon…patate, cavolo e…”
“Rapa”
“Lo conosci?”
“Lo faceva mia nonna!”
“Sei irlandese?”
“Mio padre ha origini tedesche, mia madre irlandese… e io sono… americana!”
Il ragazzo sorride poi le offre di nuovo il contenitore.
“Ma non hai mai provato il mio!”
“Ok!” afferra di scatto il contenitore e quasi le cade la zuppa che ha in mano.
“Domani mi dici se ti è piaciuto”
“E dove ti trovo?”
“Al pub, dove ti fermi sempre…Non mi riconosci?  Faccio il cuoco lì, di sera!”
Slavy ora non ha più freddo… Non è più di corsa… Non sente più la fatica della giornata.
“Dai, corri a casa prima che si freddi!” poi il ragazzo si gira e se ne va.

Zuppa di patate (CAP I)

Crisi. Economica, sentimentale, etica. Crisi di mezza età, adolescenziale, d’identità. Crisi d’ansia. Crisi d’astinenza. Quel giorno Slavy si era occupata di ogni tipo di crisi. Alla fine era entrata in crisi lei. Erano due anni che stava lavorando a un motore di ricerca, capace di fare correlazioni verbali e quindi dare risposte “intelligenti”. L’entusiasmo per la ricerca era ben presto svanito lasciando il passo alla routine. Il mondo parlava di crisi, era una delle parole più cliccate…
Un rapido bilancio sulla sua vita? Complessivamente noia. La sua amica si era trasferita a Philadelphia proprio mentre lei si lasciava con Paul, dopo una delle solite futili litigate su dove passare il sabato sera. In realtà il loro rapporto era ormai logoro da un anno. Non erano stati capaci di costruire nulla solo di insultarsi… Era stata quasi una liberazione quando avevano definitivamente chiuso.
Stava tornando a casa, in un appartamento di quella scatola di mattoni rossi all’incrocio tra la East 237th St. e Kepler Ave… Aveva comprato la zuppa di patate, solo a Woodlawn potevi trovare quella tipica irlandese… e solo al pub di Jack la trovavi sempre calda. Lei andava diretta al banco, chiedeva la sua zuppa a portar via e pagava distrattamente. Era una sosta quasi quotidiana e non ci  perdeva tempo. Non guardava mai se c’era qualcosa di più appetitoso.
Per lei andava bene la zuppa, quella stessa del contenitore di cartone che ora le stava scaldando le mani. Era una sera fredda. Accelerò il passo… Aveva solo voglia di arrivare a casa prima possibile. E fu allora che realizzò… Provava disagio e non capiva perché. Era tutto tranquillo intorno a lei, troppo tranquillo… All’improvviso sentì quegli occhi dietro di lei… Occhi puntati su di lei.

Una notte fuori (CAP IV)

Mi hai sentito? Andiamo!” è un rimprovero scherzoso quello della signora. Chissà da quanto la sta chiamando… Eppure fino a un attimo prima Harry era lì… “Come ti chiami?” le chiede ora la sonosciuta mentre ci avviciniamo al lato Nord di Washington Square.

Betha, in celtico significa Vita” “Un’irlandese?” “Un’americana!” La signora sorride. Betha capisce che dietro quel sorriso c’è un mondo che si apre. E’ stata solo una provocazione…

La casa di Hopper…” Sta uscendo di casa, con la giacca sopra il gilet e il cappello a nascondergli la calvizie. E’ lì che scruta col suo occhio fotografico i particolari di New York e li trasforma in pittura, in locandine, “nei verdi, nei gialli, nei blu, in quella luce calligrafica e in quelle ombre che diventano buchi neri. Nelle finestre a vetri c’è la vita interna degli edifici , come se costringesse lo spettatore a diventare suo “complice” di quel guardare attraverso…Morning in the city… Apartment House… Nighthawks”… Poi lo vede allontanarsi… man mano che il racconto della signora si dissolve… Thomas Paine… E’ l’ultima tappa. Per Betha non è più solo una placca attaccata a un edificio… “Il rivoluzionario, diffamato da ovunque, denunciato per i suoi vizi e dimenticato per le sue virtù, si ritrovò vittima del suo popolo… Non si fece scalfire dall’odio… Non aveva paura di prendere posizioni…” Betha vede il fuoco che divampa mentre distrugge i libri di Paine… Lui rimane saldo, lucido nelle su posizioni… “Bethaaaaaaa!”, Betha si gira di scatto. “Io sono Viv” le grida la signora prima di girarsi e andar via. Betha rimane immobile qualche minuto. Viv Looper… Faceva radio negli anni ’60… Era una delle “voci” più ribelli… Ma dove sta Paine? Andato via insieme a Viv… Poi un altro ricordo… “Il divano di Viv”, il programma radiofonico dove erano passati tutti… Ogni settimana trasmetteva da un posto diverso… come aveva fatto a non riconoscerla? Betha inizia a ripercorre nella sua testa il viaggio di quella notte. Da quando si è svegliata sino a quel momento .

Strano incontro” pensa. Hanno appena aperto il Christopher Park… si siede su una panchina, quella a lato delle statue… Vede il quartiere popolarsi, mentre mangia un macaron… Persone e persone che passano distratte per quelle strade… Hipster con le cuffie alle orecchie, ex sessantottini, ex rivoluzionari, ex bohemien…Stringe il pendente indiano e si guarda nel profondo… e sa che lei, sì, anche lei appartiene a quel posto… non potrebbe vivere altrove… ha l’istinto di sopravvivenza, non quello dell’altruismo ad oltranza… Non potrebbe mai dire come Paine « My country is the world… and my religion is to do good. »

E Viv? Viv è una Paine. Sì, lei lo è. Voi chi siete? Viv o Betha?

Una notte fuori (CAP III)

La signora sorride. “Per voi americani qualunque cosa con più di vent’anni è già storia… E’una bella visione… per noi europei i vostri monumenti antichi sono semplicemente vecchie cose moderne” “Vecchie cose moderne?” “Il moderno già visto… nelle foto, nei film, nelle descrizioni dei libri… diventano vecchie conoscenze… le mitizziamo anche, ma difficilmente riusciamo a immergerci nelle vostre atmosfere, in quelle più vere… come Jim Power” Quella frase colpisce Betha…ora si sente in sintonia con la signora. Lei ama l’arte di Jim… ha una cartella sul computer dedicata ai suoi mosaici… La domenica la passa spesso a girare New York per fotografare l’arte di strada, l’arte in divenire, l’arte di un momento… Che ha vita breve, ma comunica forti emozioni. Non a caso ha studiato sociologia alla Columbia University e dopo si è affittata una casa lì… nel quartiere più eterogeneo di New York.” Fino a quel momento non aveva notato l’enorme borsa marrone che la signora tiene a tracolla. Da quella borsa ora sta uscendo la vecchia copertina spiegazzata di un disco… The Freewheelin’, Bob Dylan, Suze Rotolo e il Greenwich… “Prima c’erano i miti… adesso c’è la gentrification… Invece dobbiamo conservare la memoria non solo dei monumenti, dei palazzi… Ma anche delle atmosfere… l’umido del “Gaslight”…quando il “Cafe Wha?”in una sola notte diventava il mondo a 360 gradi…“L’Hotel Griffou”, ora è un luogo dove mangiare polpette tenere…E giusto che i luoghi cambino insieme alle persone, ma il problema oggi è che gran parte della gente è tutta uguale e i luoghi si assomigliano tutti… Sarebbe bello poter assaporare ancora le sfumature e invece finiamo tutti appiattiti dentro situazioni confortevoli, soft, anestetizzate…” Betha ha appena il tempo di sistemarsi una ciocca che le è caduta davanti agli occhi. “Ti porto a vedere una cosa” le dice la signora e inizia a camminare. Betha ormaiè incuriosita e allucinata, come presa da un vortice che l’avvolge e la trascina a seguir le quella strana donna. Sono tra la Waverly e Charles, quando si fermano davanti alla vetrina di una boutique di lusso, dove una borsa gialla può costare oltre i $2000. “Prima ci suonava Fats Waller, era un locale clandestino negli anni ’30… Poi sono arrivati i Chong ed è iniziata l’era della lavanderia… per 60 anni, è stato un punto di ritrovo… ha lavato i vestiti di molti beatnik. Il proprietario era un tipo simpatico…” Betha si ricordava la scritta sulla vetrina, ma quando era arrivata al Village lì c’era un parrucchiere… “Hanno rimosso la scritta rossa”

Sì… Quella di Henry Chong, un uomo sempre sorridente, un cinese che ci era cresciuto in questo negozio… Aveva i capelli bianchi, la faccia bonaria e amava il suo lavoro… Una sera si mise a cucire. E fu l’ultima volta…” Betha guarda all’interno del negozio e lo vede. E’ li seduto proprio davanti alla macchina da cucire cinese, ha un rocchetto di filo in mano. Alle pareti ci sono gli scaffali con le camicie piegate e i capi lavati a secco che pendono dal soffitto. Chong sta aprendo la porta, le saluta, chiude il negozio e va via.

Una notte fuori (CAP II)

Questa volta lo hai perso sul serio!” In un secondo passa dall’imbarazzo all’irritazione. “Se te lo metti al collo, forse non lo perdi più” e il caschetto biondo sfrangiato ancora da ragazzina si muove sul viso della signora fino a scoprirle alcune rughe che prima s’erano nascoste. “Non è mio!” risponde Betha e se ne va. Tra sé pensa che sarebbe stato meglio non uscire, quella donna le sta rovinando la passeggiata e… le incute paura. Si sente seguita, perseguitata. La sta destabilizzando. All’improvviso torna indietro… Quel pendente le manca…Si sente in colpa… E’come se ora avesse un significato o un’anima… Ha paura di una maledizione… Non che lei creda a queste cose… Ma è un brutto periodo.. Qualsiasi cosa, con una sola possibilità di andare storta, ci va… e nel modo peggiore.. Vuole riavere quell’amuleto. Magari non le porterà fortuna, ma per lo meno non avrà paura di esersi tirata addosso, rifiutandolo, qualche maledizione. Le bastano pochi passi per ritrovare la signora. E’ lì davanti alla libreria,con l’amuleto in mano. Non deve neppure chiedere, glielo porge direttamente la signora, lì davanti al bookshop. “Sai lo volevano far chiudere…” “Ma di che sta parlando” Non ha idea a cosa si riferisca la signora.“La libreria… La volevano fa chiudere… Poi hanno trovato un accordo… Hanno chiesto anche contributi su internet… Sarebbe stato un peccato, è qui dal 1977” “1977” Quel numero diventa una cifra che risuona nel cervello di Betha. Lei all’epoca non era neppure nata.

Non era così all’epoca… io ci venivo spesso… era un po’ come la biblioteca di un amico, ci trovavi i titoli più comuni e qualche curiosità” Betha non ha idea perché continua ad ascoltare quella vecchia pazza. C’è qualcosa però nella voce di quella donna che le è famigliare…Ma non si ricorda dove l’ha sentita. Non sa che dire e ora il silenzio inizia a disturbarla. Deve trovare un modo per andar via senza essere scortese. “Sarebbe stato un peccato se avesse chiuso e…” non riesce a finire la frase che la signora prende l’occasione al volo per riprendere la parola. “La domenica sera qui si incontravano Susan e Annie…”

La faccia di Betha è perplessa…Chissà di chi sta parlando. “Susan Sontag e Annie Leibovitz” Ora Betha ricorda… La scrittrice e la fotografa… si parlò molto di quella coppia, alla fine degli anni’90. Lei era ancora una bambina, ma sua sorella maggiore, maniaca di gossip, doveva averle accennato qualcosa… o almeno le sembrava… in ogni caso anni dopo aveva letto l’”Amante del Vulcano” appassionandosi al triangolo amoroso tra Emma e William Hamilton con Horatio Nelson. “Ginsberg e Glass… sempre qui, fra queste mura iniziarono a collaborare”. Betha vuole di nuovo andarsene e cerca di assecondarla. Forse la smette.“ Sì, il Greenwich è un posto storico, conserva intatte le memorie dei suoi personaggi.”