Christiania (CAP III)

Inizio settimana. E’ a pranzo con la madre. Nei prossimi giorni la comunità si riunirà per decidere come contrastare il governo danese che vuole “normalizzare” la zona. Impedire il commercio di droghe leggere, costruire nuovi edifici, sradicare la loro filosofia di vita.
L’ argomento terrorizza Lasse, si sente mancare la terra sotto i piedi all’idea che Christiania possa diventare un luogo di speculazione edilizia. Ed è quella paura che gli riproietta il suo incubo. Quella ragazza alla pachina, quella in mezzo alla folla. Si intersecano le immagini nella sua mente, inizia una serie di flash, aumenta il suo battito cardiaco… esce da casa della madre senza dire una parola, lei non ci fa caso. Lo sa, Lasse è fatto così, se una cosa non gli piace, si alza e va via, senza spiegazioni.
Lui è sulla sua bicicletta pedala veloce. Non lo ha mai fatto. Non ama correre, ama riflettere, ma deve impedire in questo momento al suo cervello di pensare. Si ritrova dall’altra parte della città, a Frederiksberg Park. E’ sudato, ha iniziato a piovere, è confuso… Si siede sull’erba… Vede un ombrello bianco e sotto c’è lei. Glaciale. Si avvicina.
“Hai da accendere ?” E’ a pochi passi da lui quando glielo chiede.
“Non fumo” balbetta Lasse
La ragazza se ne va.
No, non può mandarla via. Deve capire. Deve guardare in faccia quella Medusa. E’ a pochi passi di distanza da lei quando le dice “Eri a Christiania l’altro giorno”. Lei si rigira. Sta sorridendo “Se mi paghi puoi portarmi anche tu dove vuoi”
Lasse non sa che rispondere. E’ stato solo un suo trip mentale. E’ solo una prostituta, non le resta che andare via. E’ la ragazza a richiamarlo “Sei di lì vero?”  Lasse sta andando verso la sua bici, la pioggia si è intensificata. “E’ stata la prima volta che ci ho messo piede… non è stato così terribile”
Lasse si ferma. Si gira con calma. Ora non sente più quel ghiaccio, ma solo rabbia per le ultime parole di quella sconosciuta.
“Perché doveva essere terribile?” le grida tra la pioggia
“Perché mia mamma me lo ha descritto sempre come un posto orrendo”
“Ci aveva mai vissuto?”
“No,  ma lo conosceva bene”
“Non puoi conoscerlo se non ci vivi”
“Ci viveva sua sorella”
E Lasse sa che non è una coincidenza.

La casa sull’acqua (Seattle)

Era steso sull’intreccio del giallo e rosso in una fitta trama di disegni geometrici. Lo aveva comprato in Turchia quel tappeto. E ogni volta che aveva un problema ci si rifugiava e iniziava a vagare con la mente. 1997. Aveva sedici anni e detestava la sua adolescenza. Ripensandoci ora era stata come una successione di lividi sulla pelle, simili alle ammaccature sulla frutta. Era molto più giovane adesso che aveva superato i trent’anni, che allora.
La sua famiglia abitava in un anonimo condominio anni ’70 a nord di Queen Ann, sulla  14th Ave W. Aveva perso il conto di quante volte nelle sue orecchie erano risuonato i versi:

If you wouldn’t mind, I would like it blew
If you wouldn’t mind, I would like it loose
If you wouldn’t care, I would like to leave
If you wouldn’t mind, I would like to breathe

mentre attraversava, tornando da scuola, i corridoi di  quell’enorme scatola grigia che era la sua casa.
Cosa diavolo stava cercando di dirsi in quel pomeriggio piovoso sdraiato sul tappeto? Sentiva le gocce rimbalzare sul tetto  della casa e cadere nell’acqua, mentre lui rimaneva sdraiato al centro della stanza, con le braccia incrociate dietro la testa e gli occhi chiusi.

You Can’t Stutter When You’re Talking With Your Eyes
By Cutting Out Your Tongue You Save Face
Feeding On The Blood Lets Running From A Big Day
Cry On Black Rain, Cry On Black Rain,
Cry On Black Rain.”

Diciotto anni e la Turchia, nell’agosto del ’99. Con Jeff,  Sam e le spiagge di Marmaris.
E l’incontro con  Kamile che gli rubò il ritmo della malinconia e lo catapultò in un’ossessione di note elettroniche della “disco”, sulla spiaggia.

All I really want is one more day
to make you change your mind and want to stay
All you have to do is call my name
and I’ll come back again

Quella sera spazzò via gli anni delle chitarre dalle corde autolesioniste e dell’ ”urlo” sofferto, stonato, incontrollato. Era il malessere dell’adolescenza che lo stava abbandonando.
Certo non era la Summer of Love… Era solo l’ultima estate di un millennio… Erano le vacanze prima del College… Era Kamile e la sua strafottente e contagiosa voglia di vita… Come una memoria tattile si ricordò come le sue mani la mattina del giorno dopo erano scivolate sulla pelle ambrata di lei… Rimanendo a occhi chiusi sorride. In quel buio volontario riassapora l’energia che lo aveva violentato, fino a trasformarlo in uno zingaro, invaso dall’odore delle spezie, dal colore dei tessuti e dal profumo del kalumet. Il grigio del suo grunge era stato annientato.
Una rivoluzione personale dove aveva perso ogni disillusione sulla vita e iniziato a fare progetti. La sua fragilità a poco a poco era diventata forza.
Kamile così imprevedibile e non convenzionale, con il suo ritorno al “primitivo”, gli spalancò le porte della percezione, al pari di una droga.
“Let’s go!”, “Come on!”, “Hurry up!” erano le uniche frasi inglesi che Kamile sapeva, per il resto c’era la sorpresa!
L’hammam e la mano di Kamile che lasciava la sua… Ancora si ricorda uomini a destra e donne a sinistra… e il gigante che gli aveva fatto il massaggio… Quando era uscito l’incrocio delle mani sue e di Kamile gli era sembrato diverso, mentre correvano per raggiungere il ristorante sul mare e non perdersi il tramonto… Il barcone di quella notte e lei che parlava in quella lingua incomprensibile, poi lei aveva spalancato le braccia… Voleva fare come nel film… Lui aveva visto i suoi amici rotolarsi dal ridere… Ma il vento gli arrivò prepotentemente alle orecchie e zittì quelle risa sguaiate… Si sentì Jack e mandò al diavolo i suoi amici!
Con Kamile poi c’era stato il Bedesten, il tè alla mela e il giallo e il rosso del tappeto sul muro del negozio… quello su cui ora era sdraiato.
Aprì gli occhi, si alzò, andò alla porta finestra e uscì sulla terrazza della sua floating house. Osservò il Lake Union, mentre la pioggia cadeva e il “buco nell’acqua” che faceva ogni goccia…. Erano come Kamile… Penetravano a fondo. Ora vedeva il Gas Work  dalla parte opposta del lago mentre il vicino ritirava in fretta i panni stesi e la ragazza, qualche casa più in là, usciva in un’enorme sciarpa di lana grigia, per chiudere l’ombrellone. Era stato proprio sotto un ombrellone che lui e Kamile si erano salutati. Lo aveva fatto con la convinzione che sarebbe tornato  alla fine dell’anno. Voleva che il suo nuovo millennio iniziasse lì. Ma poi… Niente.  Era rimasto a Seattle, a bere in un locale con Jeff e Sam. Aveva sperato di andare lì almeno per l’estate, ma il padre aveva insistito per un summer course… Poi il ricordo di Kamile era svanito e lui era entrato in tutti quei grigi e quei bianchi appannati…  In quelle acque gelide dello stato di Washington.
Era ormai fradicio quando sentì aprire la porta di casa… Karen si fermò a pochi passi da lui…
“Perché sotto la pioggia?” e lo fissò in silenzio… Lui le corse incontro, le prese la mano trascinandola fuori… Si senti di nuovo il diciottenne di allora, mentre ripeteva il gesto del Titanic.
“Sei impazzito?” esclamò lei.
“Shhhh!” ordinò lui.
“Devo dirti una cosa…”
“Shhhh!”
“E’ importante…”
“Shhhh!”
“Sono incinta!”
E fu allora che bruscamente ritornò al presente e non gli restò che sperare che almeno quel figlio scegliesse una Kamile.

Brompton Cemetery

Susie stamattina apre la mail, come sempre la trova vuota. Non ce la fa più ad attendere.
Joy è arrivato a Londra da Liverpool, oggi è il giorno che aspetta da 20 anni.
Susie si sta infilando la tuta da ginnastica. Il desiderio di oggi è: “Smettere di soffrire!”
“Per la città, c’è tempo” si dice Joy mentre prende un taxi, appena fuori dalla stazione. “Brompton Cemetery, per favore” e si adagia sul sedile  con lo sguardo che vaga nel paesaggio distorto, dalla velocità del cab e dalla pioggia che inizia a cadere.
Susie ora ha trovato un posto libero sul 211 e si accorge dell’acqua che ha preso. Vede la sua felpa bagnata e sente i capelli umidi. Guarda fuori dal finestrino e  si ripete “Sì, è proprio il giorno giusto!”
La terra emana una vibrazione
là nel tuo cuore, e quello sei tu.
 E se la gente scopre che sai suonare, suonare ti tocca per tutta la vita!
Sapeva fin troppo bene Joy perché il violinista Jones gli martellava in testa mentre il taxi si avvicina al cimitero.
“Tenga pure il resto” e oltrepassa veloce l’entrata lasciandosi alle spalle l’enorme scritta sopra il   portico “Erected – West of London and Westminster Cemetery – 1839”.
Emmeline Pankhurst” era questa la tomba che cercava Susie per il suo gesto eclatante… L’unico della sua vita… Perché lei della sua esistenza, che altro avrebbe potuto raccontare se non una morte mediatica davanti alla tomba di una donna che segnò la storia inglese.
Questo pensava Susie, mentre varcava il cancello del Brompton Cemetery.
Joy, intanto, dalla tasca anteriore dei jeans aveva tirato fuori la mappa scaricata da internet, ma qualcosa non funzionava… Era sul viale sbagliato… Lì, Kit Lambert non l’avrebbe trovato!
Susie è ferma a fissare una giovane ragazza appoggiata alla croce, a scoprirne i tratti del volto, a chiedersi chi era e perché fosse morta. Forse a lei sarebbe piaciuto continuare a vivere, ma questo pensiero non la distoglie dalle sue intenzioni. Però l’aveva attratta quella figura femminile ammantata, quel corpo reclinato e quella croce che aveva perso ogni significato religioso ed era ormai solo un sostegno a cui la ragazza si appoggiava.
Di fronte a una tomba con la croce celtica, Joe non riesce più a trovare la direzione. Un labirinto di nomi, di date, di luoghi, come una matrice di vita e di morte che si allarga a vista d’occhio.
La pioggia ormai è scrosciante, penetra il cotone, il poliestere della felpa e il freddo corpo di Susie. Lei si accorge d’improvviso che riesce a percepire una sensazione. E’ da tempo che non sente i brividi… La sua vita è ormai in un  terrore paralizzante.
Aumenta la pioggia e il foglio di carta in mano di Joe è ormai sbiadito e annacquato… Impossibile sperare che possa ancora condurlo alla tomba di Lambert. Inizia a fischiare un motivo della sua ultima composizione e si avvia senza riferimenti… Vuole prenderla con filosofia… Ha atteso 20 anni, per presentarsi al manager degli Who… Non sarà un problema attendere altri 20 minuti… Immagina di trovarsi in sala di attesa e di camminare nervosamente avanti e indietro invece che tra i viali alberati di un cimitero, sotto un diluvio universale.
La tomba dovrebbe essere a una delle estremità del cimitero… Ma quale?  La nonna di Susie girava per le tombe con un orientamento perfetto, andava da quella del preraffaellita Charles Collins a Fanny Brawne, la fidanzata di Keats… Alla nonna piaceva raccontarle la vita dei grandi personaggi…   Soprattutto la storia di Emmeline, che riuscì a portare le donne a votare…
Bisognava scegliere o destra o sinistra… Joe lo sa, ma non decide… Finché non vede la statua di un angelo in volo e allora va in quella direzione.
Susie ha ormai lo sguardo appannato, da quella pioggia salata dalle sue lacrime. Si ricorda quei viali ombreggiati il venerdì pomeriggio e quelle favole di vite reali che prendevano forma. S’immaginava quegli uomini e quelle donne dell’800, in un’era per lei incomprensibile, dove il tempo aveva una valenza diversa, perchè il lavoro non si perdeva via sms, perchè non ci si mollava via skype, non ci si tradiva via messanger, non si attendeva invano per mesi una mail che non sarebbe arrivata.
Sta correndo Joe, ormai corre per quei viali come un forsennato… continua a dirsi “non è qui, non è qui, non è qui… Dove diavolo sarà mai la tomba di Kit Lambert?”
All’improvviso lei si sente travolta e istintivamente porta le mani alla pancia… A protezione… E subito quel gesto la sveglia dal torpore, dal passato che l’aveva accolta e la riporta al presente. E’ di nuovo Susie, la ex impiegata della Walter Co., la ex fidanzata di John D., la ex allieva di yoga, la ex paziente del dottor Fays, la futura suicida sulla tomba di Emmeline Pankhust… Se mai l’avesse trovata! Eppure con tutta la sua voglia di morte aveva avuto un istinto protettivo verso la vita. Verso quel figlio “del momento peggiore”.
Joe è scivoltato a terra, nel tentativo di evitare la ragazza… l’aveva vista all’ultimo momento…  Era troppo concentrato a cercare un morto per vedere la vita che aveva davanti!
“Scusi!” e la voce di Joe plana in quel rumore di pioggia nelle orecchie di Susie.
Lei non dice nulla, fa solo un passo per allontanarsi…
“Tutto ok?” chiede Joe preoccupato.
Lei seguita a tremare di freddo… Un gelo interiore che la sta dilaniando… Ha solo voglia di sottrarsi allo sguardo dello sconosciuto… Voglia della sua tomba per sentirsi libera.
Joe si alza e quando è davanti a lei realizza che la ragazza sta singhiozzando nel cappuccio fradicio della felpa, dentro quei pantaloni larghi bagnati dalla pioggia fino al ginocchio, con quelle scarpe da ginnastica infangate… una bimba spaesata che si è appena persa… terrorizzata, annichilita dal dolore… Non che il luogo sia dei più allegri, ma quella disperazione Joe non l’ha mai vista… e sì che lui non è un fortunato… Era morto anche l’unico uomo capace di apprezzare la sua musica e lui si era fatto il viaggio da Liverpool per potergliela comunque far ascoltare…
C’è troppo silenzio e quell’uomo la sta fissando… Cerca un modo di andar via prima possibile, perché vuole trovare Emmeline prima che i rimpianti e i rimorsi diventino più forti della sua volontà di farla finita… Prima che le emozioni la possano far sentir viva… Eppure continua a fissava quell’uomo, fradicio sotto la pioggia che si interessa a lei… Prova come un senso di piacere in questo…
“Come si sente? Sta bene?” ormai Joe ha preso a ripeterlo senza potersi fermare.
“Sì, sto bene… tanto da voter morire!”
Prima dice la frase, poi si rende conto del suo significato e scoppia a ridere. E’ un riso catartico…
Joe lo sente… La ragazza non sta scherzando. C’è la stessa fragilità che lui conosce bene, che assapora ogni giorno. Quella precarietà del vivere che ti lacera dentro, che ti porta a centinaia di km lontano da casa per trovare un uomo morto e cercare da lui un sostegno per poter credere ancora nella tua musica. Nelle tue capacità.
E fu allora che le dice “Perfetto!”
“Perfetto se muoio?”
“Sì, io sto cercando un morto!”
Questa volta ridono in due… La pioggia continuava a bagnarli… E mentre sentono quel gelo esterno cominciano, ognuno a suo modo, a scaldarsi dentro. Tutti e due guardarono fuori di sé e i loro sguardi si incrociarono… Non sono più due estranei, ma due persone a un appuntamento… E adesso non più con la morte, ma con la vita.
Passeggiano tra le tombe, si raccontano, si capiscono… trovano la tomba di Kit Lambert… Ma Joe intanto si è dimenticato il refrain della sua composizione… e “l’audizione” è piuttosto deludente… poi trovano la tomba di Emmeline, ma Susie ha ormai solo voglia di ringraziarla, non più di “usarla” per il suo gesto clamoroso… E loro due si ritrovano così nei viali… A scambiarsi delusioni e illusioni…
“Perché vuoi fare il musicista?”
“Non so fare altro, ma anche questo non mi riesce molto bene!” risponde Joe. Poi l’istinto ha la meglio sul riserbo e così le domanda “Perché volevi suicidarti?”
“Perché ho una vita di troppo dentro di me, senza averne una per me!”
Joe la guarda stupito.
“Sono incinta, disoccupata ed ex… il mio ragazzo da due mesi non lo sento…gli ho detto del figlio e neppure una mail… e io non so neppure come chiamarlo questo bambino…”
“Che ne pensi di Tommy?”